Altro che Vincenzo Nibali, Fabian Cancellara, Alexander Kristoff, Nacer Bouhanni, Michal Kwiatkovski, Philippe Gilbert, Filippo Pozzato, Peter Sagan, André Greipel, John Degenkolb. Dimentichiamoci il Gotha del sellino globale che oggi si ritrova per aggiudicarsi la prima grande “classica” di stagione, giunta alla sua 106esima edizione: duecento corridori di 34 nazioni, raggruppati in venticinque squadre, col traguardo tornato indietro di mille metri, a via Roma, “a furor di ciclismo”, come scrive Marco Pastonesi nella brochure di presentazione della mitica competizione.

Perché, vedete cari appassionati delle due ruote, la Milano-Sanremo che andrebbe raccontata e che meriterebbe un po’ di attenzione da parte dei media, è quella in modalità revival interpretata da Fausto Belmonte, Luciano e John Berruti, Raffaello Bertolucci, Giovanni Bormida, Alberto Boschi, Maurizio Caggiati, Mirko Celestino, Silvano Croci, Luca De Ponti, Graeme Flatman, Simone Lamacchi, Luciano Moretto, Stefano Orlandi, Rinaldo Passarotto, William Salvioli, Davide Segalini, Adriano Vettorato. Diciotto stravaganti coraggiosi quanto avventati corridori amatoriali che hanno inforcato le loro biciclette d’epoca (costruite prima del 1930) e sfidato pioggia, freddo, soprattutto il buio per affrontare i 293 chilometri della Sanremo, e precedere in tempo il mucchio selvaggio dei velocisti e finisseur che si disputeranno la corsa vera oggi pomeriggio. Il loro problema, infatti, è la velocità media. I professionisti rolleranno a 45 all’ora. Gli amatori su quelle bici pesanti come un cancello e senza sofisticati cambi, forse nemmeno a 20. Ecco perché sono stati costretti a partire di notte. Anzi, a mezzanotte in punto: quando “va la ronda del piacere”, si cantava un tempo. Appunto, il tempo di quelle biciclette.

E’ che pedalare su pezzi d’antiquariato è diventata una moda, e le corse cosiddette “d’epoca” stanno dilagando, sono “simpatiche”, romantiche, divertenti: pensiamo al successo planetario dell’Eroica (oltre cinquemila partecipanti alla XVIII edizione del 2014), al ritorno delle bici a ruota fissa, ai percorsi su strade “bianche”, ai pedali con gabbietta, ai fili dei freni che escono dalle leve e stanno a vista attorno al manubrio, ai paraspruzzi, agli oliatori fissati sul tubo centrale del telaio per far sgocciolare lentamente olio sull’ingranaggio centrale della bici, dove girano i pedali: così si mantiene lubrificata quella parte che altrimenti tende a trasformarsi in un meccanismo incrostato, tormento dei polpacci. E ancora, lo strappachiodi, un ponticello fissato accanto al freno che serve a liberare la gomma dai killer dei tubolari…una tendenza che potrebbe apparire masochistica: le strade bianche significano tanta polvere; se piove, tanto fango; la fatica, omerica. Ci si sente forzati della strada, come ai primi leggendari Giri d’Italia, o ai Tour di Ottavio Bottecchia.

Quest’anno le “Ciclostoriche” in calendario sono ben 52, 44 delle quali in Italia, e c’è un sito specializzato – www.bicidepoca.com – in cui l’informazione sulle manifestazioni si alterna al mercatino dell’usato. E’ stata per esempio appena venduta una preziosissima Colnago che ha corso alle Olimpiadi di Roma del 1960, stessa sorte ha avuto il “Velocino” che il bolognese Ernesto Petazzoni ideò nel 1928, col sellino sulla ruota posteriore e il manubrio ripiegato all’indietro, una delle primi biciclette facili a piegarsi e ad essere trasportate. Il geniale inventore, purtroppo, era stato troppo in anticipo sui tempi. Si rovinò finanziariamente e morì suicida nel 1947, dopo il fallimento della sua azienda.

Insomma, il ciclo vintage pedala forte, e i nostri diciotto eroi ne sono i testimonial. La loro Milano-Sanremo “classicissima d’epoca” (arrivata alla terza edizione) è dedicata alla memoria di Costante Girardengo, il primo Campionissimo della nostra fulgida storia ciclistica. Hanno inforcato i loro magnifici attrezzi dopo una lauta cena irrorata da robusti vini all’Osteria della Conca Fallata che si trova in via Chiesa Rossa, in fondo alla ripa del Naviglio Pavese, dove la periferia di Milano si confonde fra prataglie e quartieri dormitorio. C’erano anni che da quelle parti la nebbia, anche di marzo, copriva ostinatamente argini e rogge, si alzava sino a coprire le strade. Avevi la sensazione di muoverti dentro l’ovatta: tram e biciclette scampanellavano in continuazione, le curve diventavano trappole, le buche in agguato continuo. Alla Conca Fallada, negli Cinquanta e Sessanta, potevi incontrare (e magari ascoltare) Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, la bella e bravissima Maria Monti, quei due mattocchi di Cochi e Renato, i Gufi, più i superstiti della ligèra, la mala milanese non ancora sopraffatta dalle mafie e dalla criminalità globalizzata. Poi, musica e cabaret si sono dissolti come la nebbia che non c’è più e il locale è diventato una popolare osteria, sul percorso iniziale della corsa di primavera, la prima grande classica del ciclismo. L’albo d’oro della Sanremo è il dizionario del ciclismo, la traccia dei campioni, la memoria di uno sport che fa parte della nostra storia e soprattutto della nostra identità.

Certo, le strade di oggi sono delizia, rispetto a quelle che ad Alfredo Binda parevano letti di fiume prosciugati, solcate da ormaie che imprigionavano le ruote, col ciclista che doveva destreggiarsi come un acrobata. Nessuno ha nostalgia di quella viabilità massacrante: ma c’è il desiderio di scoprire sensazioni perdute, di sfiancarsi, di affrontare difficoltà anacronistiche. Persino le procedure burocratiche della corsa d’epoca sono eseguite rigorosamente secondo le regole di una volta, a cominciare dalla punzonatura, eseguita con un apparecchio di ferro che ti marchia il telaio, per evitare cambi non autorizzati. E la firma, con pennini e calamai, a suggellare le presenze, reiterate ai punti di controllo, previsti in quel di Pavia, Tortona, Novi Ligure, Ovada, Voltri, Savona, Alassio. Infine, il traguardo, posto sotto lo stesso striscione della gara ufficiale, “per gentile concessione della Rcs”, gli organizzatori della Milano-Sanremo. I nostri diciotto hanno lasciato l’Osteria della Conca Fallata coi copertoni a tracolla, le lampade con la dinamo per vedere ed essere visti, ma anche per non finire nei fossi: si sono dileguati nella notte, abbigliati come i corridori di una volta, quando ogni colpo di pedale valeva un colpo di martello. Diretti al Turchino, e poi, verso il mare, insieme, se possibile e se la bici regge: lo spirito di questo ritorno al pedalpassato non è stroncare gli avversari. Perché non ci sono avversari, ma compagni di sofferenza e di passione. Giacché pedalare stanca, eccome, specie se per sprintare sotto lo striscione di via Roma da Milano ci metti quattordici ore e ventiquattro minuti, come da programma. Più che corridori, cicloviandanti. Per i quali “Si auspica una calorosa accoglienza da parte della popolazione!!!”: l’hanno scritto in calce al volantino, pure lui in stile retrò.