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Il delirio di Infantino contro la stampa che ha osato criticarlo: “Voi seminate odio, io diffondo amore”. La sua lettera smentita punto per punto

Il presidente della FIFA a una settimana dalla fine dei Mondiali pubblica un testo per attaccare chi lo ha contestato. E nega tutto, dai problemi con l'Iran e caso Balogun
Il delirio di Infantino contro la stampa che ha osato criticarlo: “Voi seminate odio, io diffondo amore”. La sua lettera smentita punto per punto
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Non è soltanto l’ennesima autocelebrazione di Gianni Infantino. È qualcosa di più grave: il presidente della Fifa attacca apertamente la stampa, delegittima il diritto di critica e accusa chi ha raccontato le ombre dei Mondiali di diffondere “odio” e “false voci”. Un linguaggio particolarmente inquietante quando proviene dal capo dell’organizzazione del più popolare sport al mondo. A una settimana dalla conclusione della Coppa del Mondo 2026, Infantino non risponde a nessuna delle contestazioni. Non chiarisce, non distingue, non corregge. Costruisce un mondo immaginario in cui esistono soltanto la Fifa, portatrice di pace, e i suoi critici, divorati dall’odio. Peccato che a smentirlo siano le cronache.

Criticare la Fifa non significa essersi “persi il calcio”

“A tutti coloro che si sono persi il nostro bellissimo sport, le emozioni, le celebrazioni, le risate, le lacrime, le delusioni e la gioia. A tutti voi che vi siete persi l’occasione di vedere bambini, neonati, nonni e genitori riunirsi per il calcio, dico che mi dispiace che le partite siano finite e che vi siate persi tutta quella gioia e quell’unione. Mi dispiace che siate stati così sopraffatti dall’odio e dalle critiche da perdervi tutto questo”.

“A coloro che, dietro le loro penne e carte, dietro i loro schermi, diffondono odio e false voci, voglio dire che mentre voi siete nascosti, noi della FIFA siamo in prima linea a organizzare, lavorare sodo e offrire il miglior spettacolo del mondo”.

È la premessa truccata su cui si regge tutta la lettera: chi critica l’organizzazione non avrebbe guardato le partite e non avrebbe provato emozioni. È falso. Si può celebrare la Spagna campione, raccontare la favola di Capo Verde, commuoversi per Modric o per Messi e, nello stesso momento, documentare visti negati, prezzi proibitivi, interferenze politiche e decisioni disciplinari senza precedenti. Il Fatto ha raccontato entrambe le cose. Infantino, invece, trasforma indistintamente tutte le critiche in odio. È un espediente comodo: se il giornalista non è più un interlocutore ma un nemico, non bisogna rispondergli.

Le celebrità non dimostrano che il Mondiale fosse aperto a tutti

“Praticamente tutte le celebrità mondiali della musica, del cinema, dello spettacolo e dello sport hanno partecipato, godendosi l’evento e trascorrendo del tempo con i tifosi e con noi. Erano gioiosi e felici”.

“Tutto questo è stato possibile grazie ai governi dei tre paesi ospitanti e al loro straordinario contributo, grazie alla FIFA e al suo fantastico team che lavora per voi, grazie ai paesi ospitanti e a tutta la loro gente, alle forze dell’ordine e al loro incredibile impegno, e ai volontari – oh, i volontari, quelle persone straordinarie che sono venute da tutto il mondo per partecipare al più grande evento del pianeta”.

“Ogni città era gremita di tifosi provenienti da ogni parte del mondo. Mentre loro festeggiavano, voi eravate impegnati a seminare odio”.

La presenza dei vip non è una prova dell’inclusività del torneo. Può essere letta al contrario come il simbolo di un calcio trasformato in evento esclusivo. Alla vigilia della finale gli hangar dell’aeroporto destinato ai voli privati erano esauriti, mentre i prezzi di alcuni collegamenti ferroviari erano cresciuti fino a otto volte. Prima del torneo risultavano sul mercato della rivendita oltre 180mila biglietti; per l’esordio degli Stati Uniti il prezzo medio superava ancora gli 800 dollari e il posto standard meno costoso disponibile costava 138 dollari. Alla fine gli stadi si sono riempiti, ma il successo commerciale non cancella la natura sempre più elitaria dell’esperienza.

L’Iran, altro che ingresso “senza incidenti”

“Mentre voi diffondevate odio, noi lavoravamo instancabilmente per unire due Paesi in guerra. L’Iran è entrato negli Stati Uniti senza incidenti né conflitti. Quando la squadra iraniana ha iniziato a giocare, tutti i cori contro di loro si sono trasformati in un unico inno. I tifosi sono diventati il Paese, sono diventati la squadra e hanno sostenuto il Team Melli”.

“Questo è il potere del calcio. La squadra iraniana ha ottenuto il visto d’ingresso perché il calcio è sinonimo di pace. Non di politica. Il calcio è sinonimo di unità, non di divisione. Il calcio è più grande dell’odio e della discriminazione”.

È probabilmente il passaggio più distante dalla realtà. L’Iran ha dovuto stabilire il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico, perché non poteva soggiornare stabilmente negli Stati Uniti. Per le prime gare ha ricevuto visti temporanei limitati a 24 ore: trasferimento, partita e ritorno oltre il confine. Prima del secondo incontro, il ct Amir Ghalenoei ha denunciato che alla squadra erano state concesse meno di 16 ore e che l’allenamento era stato interrotto a metà. La nazionale iraniana è stata la prima nella storia costretta a disputare un Mondiale senza poter risiedere nel Paese nel quale giocava.

Nemmeno “tutti i cori” si sono trasformati in sostegno. La cronaca dell’esordio racconta di fischi durante l’inno e proteste dei dissidenti iraniani. È lo stesso Infantino, del resto, a contraddirsi: prima proclama “zero ostilità”, poi ammette l’esistenza di cori contro l’Iran.

I visti negati non diventano irrilevanti perché milioni di persone sono entrate

“Ai Paesi che affrontavano gravi problemi sanitari o altre difficoltà sono stati concessi i visti. Le loro squadre in gara e i tifosi che esultavano hanno riempito milioni di persone in patria di speranza e, anche solo per un istante memorabile, di gioia e orgoglio”.

“Avete menzionato le poche persone a cui è stato negato il visto, ignorando i milioni di persone che lo hanno ottenuto, provenienti da ogni parte del mondo. Perché il calcio unisce il mondo, e quest’estate lo ha dimostrato in modo impressionante”.

Le “poche persone” comprendono Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo scelto per il Mondiale e respinto all’arrivo a Miami. Artan ha raccontato di avere i documenti in regola, di essere stato interrogato per undici ore anche sulla politica del proprio Paese, trasferito in una cella di detenzione e infine imbarcato su un volo per Istanbul. Era stato nominato miglior arbitro africano del 2025 e avrebbe potuto diventare il primo somalo a dirigere una partita mondiale. La Fifa ha confermato la sua esclusione sostenendo di non avere competenza sulle procedure migratorie.

Non è stato un caso isolato. Le delegazioni di Senegal e Uzbekistan sono state sottoposte a perquisizioni minuziose con cani antidroga, coinvolgendo anche Fabio Cannavaro, Sadio Mané e Kalidou Koulibaly. L’iracheno Ayman Hussein è rimasto bloccato per sette ore, mentre il Belgio ha dovuto affrontare controlli con metal detector anche sotto le scarpe. Soprattutto, Infantino aveva promesso altro. Nel 2025 aveva assicurato che tutti sarebbero stati benvenuti, che il processo sarebbe stato agevole e che le nazionali avrebbero potuto arrivare con i propri tifosi. Quando i problemi, la Fifa ha cambiato linea.

Dire che milioni di visti sono stati concessi è inoltre un argomento privo di senso. La correttezza di un sistema non si misura soltanto contando chi è riuscito a passare, ma verificando se tutti i partecipanti siano stati trattati in modo equo. Basta un arbitro regolarmente designato, interrogato e rispedito a casa senza poter realizzare il proprio sogno, per rendere necessarie domande. Non per trasformare quelle domande in “odio”.

Il caso Balogun non è un normale errore arbitrale

“La vostra insoddisfazione per alcune decisioni prese dalle autorità competenti è comprensibile, ma vi prego di consultare i registri pubblici: tali decisioni sono comuni in alcuni dei campionati più importanti”.

“Infatti, decisioni arbitrali ‘discutibili’ o provvedimenti disciplinari ‘strani’, come ad esempio cartellini rossi o gialli potenzialmente errati o successive decisioni di non squalificare i giocatori in determinate situazioni, sono prassi e ampiamente accettate in alcuni dei più grandi campionati del mondo”.

“È curioso che gli stessi Paesi che adottano queste pratiche siano quelli che le criticano”.

Gli errori commessi altrove non assolvono la Fifa. È il classico tentativo di deviare la questione: anche ammettendo che nei campionati nazionali esistano decisioni controverse, questo non rende automaticamente corretta una scelta controversa presa al Mondiale.

Il riferimento neppure troppo nascosto è al caso Folarin Balogun. Dopo l’espulsione diretta contro la Bosnia-Erzegovina, il regolamento prevedeva una giornata automatica di squalifica e stabiliva che la squadra non potesse impugnare il cartellino. Secondo ricostruzioni confermate da più agenzie, Donald Trump ha telefonato a Infantino chiedendo un riesame; poche ore dopo la Commissione disciplinare ha sospeso per un anno la sanzione, permettendo all’attaccante degli Stati Uniti di giocare contro il Belgio. Un provvedimento senza precedenti nella storia dei Mondiali.

Non è dunque una questione paragonabile a un rigore sbagliato o a un’ammonizione mancata. Riguarda l’autonomia della giustizia sportiva e il rapporto fra il presidente del Paese ospitante e il vertice della Fifa.

“Pregate e meditate”: la Fifa pretende amore, la stampa deve pretendere risposte

“A coloro che sprecano tempo ed energie odiandoci, chiedo di prendersi un momento per riflettere, meditare, pregare o guardare una partita di calcio e osservare attentamente i volti, gli occhi, le emozioni”.

“Perché solo il nostro bellissimo sport può offrire uno spettacolo così straordinario, uno spettacolo in cui tutti diventano una cosa sola e si riconnettono come esseri umani”.

“A penne e fogli, a tutti gli schermi, che possiate trovare amore e pace dove le persone alle vostre spalle non sono riuscite a trovarli”.

“Che possiate trovare la pace; noi della FIFA abbiamo trovato la nostra e la diffondiamo, offrendo la Coppa del Mondo FIFA più straordinaria di sempre. Che il calcio trionfi su ogni odio”.

Il presidente della Fifa chiede ai giornalisti di pregare, meditare e trovare la pace. Non offre però una risposta sulla squalifica di Balogun, sull’arbitro Artan, sul trattamento dell’Iran, sui costi, sugli accrediti revocati o sugli incidenti che la sua lettera arriva semplicemente a negare.

Infantino ha ragione soltanto su un punto: il calcio possiede una forza capace di unire persone molto diverse. Proprio per questo non appartiene alla Fifa e non può essere ridotto alla propaganda del suo presidente. È stato un Mondiale segnato da politica, arroganza, business e servilismo. Il calcio ha trionfato non perché quelle ombre non esistessero, ma nonostante esistessero. Il compito della stampa non è “amare” la Fifa, è raccontare ciò che accade, celebrare le imprese sportive e controllare il potere.

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