Ospito il contributo di Claudia De Martino,  dottore di ricerca in storia del Mediterraneo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e ricercatrice UNIMED. FR

Dopo lo shock elettorale dello scorso 17 marzo -in cui il Likud, il partito di destra al potere, ha stravinto le elezioni con uno scarto di ben 6 seggi sul partito rivale (l’Unione Sionista)-, il risultato che è uscito dalle urne è quella di una riconferma di Nethanyau al governo per il suo quarto mandato. Ciò significa che la destra si riconferma stabilmente alla guida del Paese da quasi vent’anni, seppure con una breve pausa –il biennio 1999-2001- di guida laburista (Ehud Barak).

Il primo dato che emerge da queste elezioni alla 20° Knesset è che la stragrande maggioranza degli analisti e i giornali, israeliani e non, si sono sbagliati: appoggiandosi su sondaggi stilati dai principali canali televisivi (Channel 2 and Channel 10 della TV israeliana, ma anche i principali quotidiani nazionali come Ha’aretz, IsraelHayom, Yediot Ahronot), i commentatori avevano previsto una lieve vittoria dell’Unione Sionista che non solo non si è avverata, ma è stata violentemente contraddetta dai fatti. Camil Fuchs, statistico dell’Università di Tel Aviv, che ha curato personalmente molti sondaggi per i canali israeliani, ha ammesso che vi sono molte ragioni per cui le previsioni hanno sbagliato con scarti così ampi: innanzitutto, la resistenza di molti cittadini non politicizzati a farsi intervistare; poi la tendenza ad affidarsi a internet e a sondaggi virtuali, senza entrare in contatto diretto con gli intervistati ed, infine, l’impossibilità materiale dei sondaggi di tenere conto dell’impatto di fattori nuovi ed improvvisi, come il rilancio della campagna elettorale personale attuato dal Premier Nethanyau ad una settimana dalle elezioni.

La campagna, che è risultata vincente e ha spronato molti israeliani tradizionalmente lontani dalle urne ad andare a votare, si è giocata su alcuni punti centrali: la paura dell’affluenza elettorale degli arabi, il discredito della “Sinistra” che sarebbe potuta tornare al potere attentando alla “sicurezza”, la denuncia dei “finanziamenti esteri” ricevuti dall’Unione Sionista, dai gruppi di pressione ad essa vicini (V-15) e da varie Ong impegnate a difesa dei diritti umani; la capacità del premier di sfruttare a proprio favore la tensione con l’amministrazione Obama, ritraendo Israele (e sé stesso) come un Paese incompreso dalla comunità internazionale e perfino dai propri alleati (gli Usa). Una campagna elettorale fondata sulla “paura”: degli altri -intesi come “arabi, la Sinistra, gli stranieri e le influenze estere”-, ma non strettamente legata alla minaccia nucleare iraniana, che appare solo come un pezzo del puzzle e non come la chiave di volta dei problemi di sicurezza israeliani.

Lo affermano con candore alcuni giovani attivisti del Likud, le cui opinioni sono state raccolte da Ha’aretz: “Herzog avrebbe potuto entrare in una coalizione con i partiti arabi e dividere il Paese un’altra volta (dopo il disimpegno unilaterale da Gaza) e si è già visto che questo non funziona e che ogni volta che Israele cede territorio, quel territorio diventa una base per il terrorismo.” Molti altri, giovani e non- ma il Likud ha trionfato soprattutto tra i giovani ed in particolare tra i soldati di leva e quelli che sono stati appena smobilitati- si considerano realisti e ripetono che “Israele non è la Svizzera” e che la sicurezza deve sempre rimanere al primo posto. Altri, elettori di mezza età, sostengono di essere contrari a potenziali tagli alla Difesa e di ritenere il Likud l’unico partito che veramente unisca l’elettorato e il Paese, quando gli altri partiti lo dividono lungo fratture ideologiche, religiose od etniche. Tutti motivi sufficienti per votare ancora Nethanyau, nonostante la crisi economica e il malcontento sociale crescenti, legati ad un drastico aumento delle disuguaglianze che non accenna ad arrestarsi.

La lezione, per molti analisti, giornalisti e commentatori israeliani e non, è che il “Paese normale” che Herzog e Livni avevano auspicato in campagna elettorale non esiste ancora. Al contrario, l’Operazione militare a Gaza ha notevolmente rafforzato il blocco elettorale di destra e contribuito ad ostracizzare i pacifisti e coloro che ancora si battono per una soluzione equa del conflitto israelo-palestinese (PeaceNow, Hadash, Meretz ed una parte dell’Unione Sionista, già Partito laburista), bollati come “elementi antipatriottici”, “radicali” e, ancora peggio, “intellettuali”. Non a caso, la vittoria del Likud può essere letta in molti modi e secondo varie angolature, ma anche con una forte declinazione territoriale: Tel Aviv (dove l’Unione Sionista è risultata in testa con il 34% contro il 18% del Likud) ha perso contro Gerusalemme, il Nord e il Sud del Paese (che presentano un risultato invertito: con il Likud al 23,3% e l’Unione Sionista al 18%). Ma come avrebbe potuto essere altrimenti? La “Città Bianca” e i suoi opinion leaders si rivelano estremamente influenti nei dibattiti televisivi e culturali e altrettanto poco rappresentativi della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, a cui spesso non viene data voce nei talk show e nelle conferenze internazionali, ma che pure è andata in massa a votare alle scorse elezioni, provando di essere il vero ago della bilancia.

Vi erano segnali per cogliere la conferma di un’ulteriore“virata a destra” del Paese? In realtà, non si è compiuta nessuna “virata a destra”. L’elettorato del Paese è rimasto fermamente ancorato ai valori tradizionali della Destra, che essa assumesse i contorni del razionalismo illuminato ed impegnato sulle questioni sociali di “Tutti noi” di Moshe Kahlon, del nazionalismo-religioso della “Casa ebraica” di NaftaliBennet, del nazionalismo ultraortodosso del partito sefardita “Shas” di AryehDeri o di quello più laico del “Nostro Israele” di Avigdor Lieberman (che insieme costituiscono un blocco di 31 voti). Tutti insieme, i Partiti di Destra costituiscono la maggioranza netta del futuro Parlamento: 61 voti, in presenza di un’opposizione frammentata tra sionisti (40 seggi, composti da Unione Sionista, Meretz e YeshAtid) e non-sionisti (Ebraismo della Torah Unito e Lista Araba Unita, per un totale di 19 seggi).

Oltre alle letture politologiche delle elezioni, però, è possibile trarre alcune lezioni antropologiche: aveva ragione il quotidiano di estrema destra ArutzSheva quando, appena una settimana fa, si domandava retoricamente come la nuova generazione di ventenni cresciuta sotto i razzi e l’esperienza diretta della più grande stagione terroristica che abbia sconvolto il Paese (la Seconda Intifada) potesse, nel momento del bisogno, non unirsi intorno al premier Nethanayu. ArutzSheva aveva ragione, e questo è esattamente quello che si è verificato: le maggiori forze sociali che compongono il Paese –i soldati, l’esercito, i coloni, i nazionalisti-religiosi, i sefarditi (o mizrahim), la classe media, gli immigrati russi, i giovani e perfino i nuovi immigrati etiopi- hanno scelto a maggioranza Nethanyau a rappresentarli, ancora una volta in nome della “sicurezza”, ma anche di un’immagine ideale di Israele come: uno Stato forte, uno Stato degli ebrei e per gli ebrei, una società unita, fondata sulla religione, pronta a lottare per i propri valori e a trionfare sui nemici interni ed esterni. E’ questo il significato più profondo dell’elezione di Nethanyau.

E forse ad averlo compreso per primi sono proprio i palestinesi, che nello sconforto di Abu Mazen – che aveva cercato disperatamente di evitare si verificassero attentati nel periodo pre-elettorale, che potessero arrecare ulteriori vantaggio a Nethanyau- sanno che con questa vittoria il simulacro dei negoziati è stato distrutto per sempre e che da oggi l’ANP si trova ad affrontare una strada tutta in salita, in bilico tra il collasso per motivi politici ed economici e il tramonto della propria causa (uno Stato palestinese). Anche gli arabo-israeliani che, dando prova di unità, sono riusciti ad emergere come la vera novità e il terzo partito di queste elezioni (13 seggi), sono condannati inesorabilmente ad un’opposizione sterile e senza possibilità di convergenze ad una maggioranza di governo che li considera quasi alla stregua dei “nemici esterni”, Hamas, Hezbollah e Ansar Beit al-Maqdis (Egitto).

Difficile leggere, quindi, nei risultati di queste elezioni alcuna buona notizia per Israele, il Medio Oriente e la comunità internazionale nel suo complesso, ma altrettanto difficile sostenere che non si sia trattato di una vittoria democratica e rappresentativa dell’anima e del sentire di un Paese in lotta, che si sente sempre più lontano da Stati Uniti ed Europa e sempre più impegnato in una battaglia esistenzialista quotidiana fatta di muri, attentati, colonie, minacce nucleari, antisemitismo arabo e antisemitismo europeo.