Dopo il testa a testa e contro tutti i pronostici della vigilia, Benjamin Netanyahu ha rimontato sul candidato del centrosinistra Isaac Herzog e vinto le elezioni in Israele. Si avvia così il quarto mandato da premier per il leader di Likud, che formerà “entro due-tre settimane” un governo con nazionalisti e religiosi e a cui il 19 marzo il presidente Reuven Rivlin affiderà l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Il Likud ha conquistato 30 dei 120 seggi della Knesset, il parlamento di Gerusalemme, secondo risultati relativi al 99% del conteggio dei voti. I suoi avversari di centro sinistra dell’Unione Sionista si sono fermati a 24 seggi. Significativo il risultato della Lista araba unita che ne ha ottenuti 14. Una cifra record per il partito che, tuttavia, resterà all’opposizione. 

Immediate le prime autocritiche della sinistra a fronte della sconfitta: in particolare sembra essere stato un errore trasformare la campagna elettorale in una sorta di referendum sulla figura del primo ministro rieletto, che ha costruito la sua corsa tutta in attacco, garantendo che con lui non sarebbe nato uno stato palestineseE che, nel giorno del voto, ha invitato i cittadini a non disertare le urne, visto che gli arabi stavano andando ai seggi “in massa”.

La vittoria del Likud ha colto di sorpresa gli israeliani perché non era stata prevista in alcun modo né dai sondaggi di opinione delle ultime settimane né dagli exit poll della scorsa notte. Nei primi commenti, in molti rendono omaggio alla capacità di Netanyahu di recuperare negli ultimi due-tre giorni lo svantaggio che aveva di fronte a Herzog e ad aggiudicarsi un successo personale che ha stupito il suo stesso partito. E il leader del centrosinistra si è congratulato con il premier rieletto per la “chiara vittoria” ottenuta dalla sua formazione politica. “Da parte nostra – ha aggiunto – continueremo a batterci per una società migliore”.

La coalizione del nuovo governo – Netanyahu ha promesso di mettersi subito al lavoro per formare una nuova coalizione, e ha detto di aver parlato già con i leader dei partiti nazionalisti e religiosi con i quali intende allearsi: il ministro dell’Economia Naftali Bennett del partito Focolare Ebraico vicino ai coloni, il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman di Yisrael Betenou, Moshe Kahlon del nuovo partito di centro destra Kulanu – che si batte per l’emancipazione delle masse popolari e ha ottenuto 10 seggi – Aryeh Deri del partito ultraortodosso sefardita Shas e i rappresentanti del partito ultraortodosso ashkenazita Torah Unita nel Giudaismo, Yaakov Litzman e Moshe Gafni.

Con l’inclusione di Moshe Kahlon, il premier potrebbe formare una coalizione di 67-68 deputati con cui affronterebbe la nuova legislatura con pieno controllo del parlamento. Netanyahu raggiungerebbe dunque l’obiettivo fissato nel novembre scorso quando a sorpresa aveva deciso di puntare alle elezioni anticipate per non essere più prigioniero di una coalizione indisciplinata e per lui “ingovernabile”. “Sono veramente fiero per la grandezza di Israele – ha detto il premier – Nel momento della verità, ha preso la decisione giusta. Ora dovremo formare un governo forte e stabile: oggi ho parlato con tutti i leader dei partiti del campo nazionale (di destra, ndr) e mi sono appellato per formare un governo senza indugio”. Nel suo intervento al quartier generale del Likud dopo i primi risultati elettorali, Netanyahu ha fissato come priorità del suo governo “la sicurezza, l’economia responsabile e il welfare sociale per tutti i cittadini israeliani, ebrei e non”.

Anp: “Con elezione di Netanyahu si affossa il processo di pace” – Preoccupata per il risultato elettorale l’Autorità nazionale palestinese (Anp) secondo cui la vittoria di Netanyahu “affossa il processo di pace” in corso con i palestinesi. Anp ha annunciato che si interfaccerà con qualunque governo israeliano che rispetterà le convenzioni internazionali, ma all’indomani del voto annuncia anche che accelererà il processo per far perseguire Israele dal Tribunale penale internazionale (Tpi). Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat ha infatti evidenziato come Netanyahu abbia “appena detto di essere contro uno Stato palestinese”. “E’ molto chiaro che Israele non è un partner per il processo di pace – ha detto Erekat – Ora è chiaro che la società israeliana è a favore di un affossamento del processo di pace, di un affossamento di una soluzione a due stati e a continuare con i dettami e gli insediamenti”.

Erekat ha quindi affermato che il risultato delle elezioni israeliane giustifica la strategia diplomatica dei palestinesi di aderire al Tribunale penale internazionale e ad altri trattati e organizzazioni internazionali. “La comunità internazionale e gli Stati Uniti in particolare ora devono interrompere gli accordi con Israele in quanto Stato al di sopra della legge”, ha detto Erekat alla radio Voice of Palestine specificando di volersi rivolgere “alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja“. La Palestina farà formalmente ingresso nella Cpi il primo aprile e ha già chiesto che la Corte prenda in esame la politica di colonizzazione israeliana nei Territori e che discuta la possibilità che Israele abbia compiuto crimini di guerra la scorsa estate a Gaza.

“Tutti abbiamo sentito le dichiarazioni di Netanyahu, che cioè non consentirà la costituzione di uno Stato palestinese indipendente e che proseguirà la colonizzazione”, ha aggiunto Erekat. “La comunità internazionale – ha proseguito – deve ora sostenere gli sforzi della Palestina, in quanto Paese sotto occupazione, di rivolgersi alla Corte penale internazionale e ad altre istituzioni internazionali”.