Ce n’è per tutti i gusti. Il vuoto pneumatico di Roma e Inter, battute e contestate. La bellezza della Fiorentina ancora in corsa per un personsalissimo ‘tripletinho’. L’infinito cuore del Toro stritolato dai guantoni di Lodygin. E il controllo tattico del Napoli, mai davvero in pericolo nella campagna di Russia. Totale: due squadre qualificate e tre a casa, truppa tricolore in Europa League più che dimezzata e due ambienti incandescenti. Le speranze di arrivare a Varsavia sono tutte riposte in Fiorentina e Napoli, con Benitez che ‘chiama’ la finale italiana e – senza incroci dettati dall’urna – si potrebbe anche fare perché gli azzurri hanno dimensione e testa più calibrate per gli impegni infrasettimanali e la squadra di Montella, oggi, è semplicemente uno spettacolo pirotecnico del quale Mohamed Salah è il direttore artistico.

Lo sa bene la Roma, spazzata via con una casupola di legno al passar dell’uragano. All’Olimpico la prima giornata di campionato finì 3-0 per i giallorossi. La Fiorentina non ci capì nulla. Otto mesi dopo i giocatori sembrano essersi scambiati le maglie. I viola sono un’iradiddìo ma va detto che passeggiano tra le macerie dei giallorossi. Garcia ha smarrito tutti i suoi uomini. Un’involuzione per certi versi inspiegabile e non più riconducibile a un solo fattore o alla scoppola casalinga contro il Bayern Monaco. Comunque “Roma s’è rotta er c…”, lo scrive nero su bianco la Curva Sud prima di abbandonare lo stadio alla fine del primo tempo. Quel buco nel settore più caldo è un colpo al cuore per tutto l’ambiente. Si trasforma in uno schiaffo violento quando arriva la solita, vergognosa gogna a fine gara. Gli ultras rientrano insultando i giocatori, convocati sotto la curva per un lungo faccia a faccia. Il messaggio è chiaro: “Non permettete alla Lazio di superarvi in campionato, altrimenti…”. Già in giornata a Trigoria potrebbe esserci una nuova contestazione. Roma sa esaltarsi e deprimersi, portarti in cielo e infangarti in poco tempo. Vive di eccessi, come la squadra di Garcia di quest’anno: bella da morire per tre mesi, poi incapace di risollevarsi fino a trovarsi senza più titoli da inseguire a marzo.

Uno scenario simile a quello dell’Inter, i cui tifosi purtroppo e per fortuna non si sono mai nemmeno illusi. Anche il tentativo di rimonta contro il Wolfsburg non ha mai davvero convinto fino in fondo. I nerazzurri avevano l’urgenza di segnare almeno due gol e non prenderne. Ma, alle prime avvisaglie di caccia dei lupi tedeschi, la difesa si è dimostrata quella di sempre, tenera come un giunco. Al terzo piegamento è rovinosamente caduta, mentre dall’altra parte l’altrettanto non irreprensibile retroguardia tedesca veniva salvata dal portiere Benaglio. Sotto già al 24esimo, San Siro ha smesso di crederci assieme ai ragazzi di Mancini. Più preoccupante della stagione fallimentare (acciuffare la qualificazione all’Europa via campionato è poco meno di un’impresa con questi chiari di luna) è l’atteggiamento di Kovacic e compagni, che non sembrano mai davvero crederci né accennano una reazione di nervi. Il pubblico fischia, chiede in maniera colorita di metterci l’anima. Ma un’anima questa Inter non ce l’ha: prima dell’organizzazione difensiva e dei piedi buoni, mancano leader e carisma. Il gol preso nel finale da Bendtner, attaccante ex Juventus più famoso per la bella vita che per le sue qualità in area di rigore, è un’amara ciliegina.

Ai nerazzurri, assieme ai giallorossi, bisognerebbe mostrare i 96 minuti di orgoglio del Torino. Battuti nettamente all’andata, con una montagna da scalare davanti, i granata mettono in crisi lo Zenit San Pietroburgo. Tra i ragazzi di Ventura e la squadra di Villas Boas nel confronto uno-a-uno c’è un abisso tecnico. Che l’organizzazione e le motivazioni, non acquistabili con i dollari del gas russo, assottigliano fino a quasi farlo scomparire. Alla fine il granello che blocca l’ingranaggio si chiama Lodygin, portiere con poco stile ma molto efficace. E quando in pieno recupero non è stato il suo tuffo a tenere in pieni lo Zenit ci ha pensato Lombaerts a salvare sulla linea la capocciata di Maxi Lopez che avrebbe significato supplementari con l’inerzia tutta dalla parte dei granata. Il cuore non si compra, quello granata è enorme ma non basta.

Per il Napoli è invece sufficiente, eccome, un’onesta partita senza troppi sforzi. Primo quarto d’ora all’attacco, poi controllo e gestione privo di rischi significativi. Il 3-1 dell’andata era stato un chiaro indizio di un gap tra azzurri e Dinamo Mosca che non colmabile dalla sola Arena Khimki. Alla squadra di Benitez serviva un suicidio di massa – e difensivo in particolar modo – come in stagione se ne sono visti, ma moltiplicato per due. Gli unici due gol moscoviti sono arrivati in fuorigioco e oltre qualche altro brividino la Dinamo non è andata. Così il Napoli può volare dove non lo faceva da tempo, nei quarti di una competizione europea. Mancavano dalla stagione ‘88/89. Quella cavalcata terminò con Diego Armando Maradona che teneva tra le mani la Coppa Uefa. Un quarto di secolo dopo clamorosi tonfi di credibili concorrenti e forza intrinseca di Higuain e compagni rendono stuzzicante l’idea del bis.