Silvio Raffo si potrebbe descrivere come un cocktail tra Peter Pan e il prof della Setta dei poeti estinti, con una spruzzata di Wanda Osiris. La spruzzata si deve al fatto che ama frequentare signorine molto avanti con gli anni, possibilmente illibate, almeno di ritorno. E nell’estroso modo di vestirsi questa influenza lascia qualche segno stilistico. È davvero incredibile che un soggetto di questo tipo, perdipiù di origine aristocratica romana, abbia trovato il proprio habitat naturale in una città conservatrice come Varese. Dove è stato, fino al recente pensionamento, un apprezzatissimo docens docens di lettere al liceo classico. Tra i suoi allievi figura Bobo Maroni, al quale ha fatto imparare a memoria una poesia della Dickinson, Per fare un prato. Il governatore della Lombardia la recita a ogni rimpatriata: ‘Per fare un prato occorrono del trifoglio ed una sola ape/. Un solo trifoglio ed un’ape./ E il sogno/. Il sogno basterà se le api son poche’. Bisogna dire che è la poesia più breve dopo Mattina di Ungaretti. È comunque lodevole che Maroni la reciti ancora. Del resto se ti ritrovi un professore che a lume di candela recita in classe un intero canto dell’Inferno a memoria – quello di Paolo e Francesca -, e hai un certo tipo di sensibilità forse non sarai mai più lo stesso. Non per niente tra i suoi allievi molti si sono dedicati agli studi umanistici e all’arte. I più noti sono Fernando Bruni, regista dell’Elfo, e Aldo Nove, scrittore e poeta. Ma l’elenco sarebbe molto più lungo.

Se a Varese per tutti è ‘il professore’, più in generale Raffo, almeno fin quando non uscirà il film tratto dal suo libro, La voce della pietra – dovrebbe andare al festival di Toronto -, è conosciuto soprattutto come traduttore della Dickinson. Ha tradotto oltre mille delle poesie presenti nel fortunatissimo volume dei Meridiani Mondadori. E ogni anno, il 10 dicembre, giorno del compleanno della poetessa americana, si esibisce in uno spettacolo con indosso una vestaglia bianca come quella che la ‘reclusa di Amherst‘ ha portato negli ultimi anni della vita. Il rapporto tra i due è quasi metafisico: Raffo si è innamorato della Dickinson da ragazzino leggendo una poesia in un’antologia e vedendo il suo ritratto fotografico: l’unico che sia arrivato fino a noi. Raffo è poeta egli stesso – rigorosamente in rima – e tra le amiche molto agé c’è, anzi c’era, Maria Luisa Spaziani, da poco ahimè defunta e con la quale ha pubblicato un libro, La divina differenza.

Sono stato sull’ultimo set del film La voce della pietra, il maniero di Montecalvello, in Umbria, non lontano dal giardino dei mostri di Bomarzo. Il castello è appartenuto al conte Balthus e ora è passato al figlio, che sverna a Miami, beato lui. Le riprese stavano finendo, mentre un sole invernale scaldava le colline umbre dalla vegetazione spoglia. Mancava solo qualche scena da girare qui e a Cinecittà, nonché, naturalmente, tutto il lavoro di post-produzione che si dovrebbe concludere per l’estate. Emilia Clarke, la protagonista, sedeva su una sedia in strada, fuori dal bar del paese, con un’aria provata. È l’attrice più nota del film, e tutti la conoscono come Daenerys Targayen del Trono di spade. In The voice from the stone – questo il titolo in inglese – recita nel ruolo di Verena, l’infermiera che trova in un parco un foglio di giornale dove legge un annuncio. Offrono un lavoro di assistenza a un bambino traumatizzato. Il trauma consiste in quello che tecnicamente si chiama ‘mutismo elettivo‘. Jakob ha smesso di parlare perché convinto che così riporterà in vita la madre, una pianista. L’unica creatura con cui comunica è un falcone che esegue i suoi ordini. Le atmosfere sono il punto di forza della storia. Possiamo definire il libro un thriller psicologico di impronta gotica. Il film è stato girato in due castelli, uno in Val d’Orcia e questo di Montecalvello. A parte i castelli e il falcone, tutto il resto è vero. Voglio dire che Raffo ha trovato davvero quell’annuncio e il ragazzino affetto da mutismo elettivo. I nomi Jakob e Verena vengono da una tomba vista da Raffo in Svizzera.

Tra le case di pietra e le stradine del borgo umbro di Montecalvello incontriamo Stefano Gallini-Durante, il produttore. Sembra un attore, un Jack Nicholson biondo. Ci racconta che lavorava nel settore della finanza a New York ma ha mollato tutto per trasferirsi nella West Coast ed entrare nel cinema. Attualmente vive a Hollywood e cerca di portare avanti produzioni tratte da libri italiani. Oltre a The voice from the stone ha in programma un film sulla montagna, tratto da Il peso della farfalla, di Erri de Luca. La voce della pietra l’ha letto appena dopo l’uscita su consiglio dell’editore, Luca Formenton. Il libro è stato finalista allo Strega – sebbene non in cinquina –, nel ’97 e ha avuto buone critiche ma successivamente è caduto nel dimenticatoio. Gallini-Durante racconta di averlo letto sulla West Coast e di essersi appassionato al soggetto, alla storia del bambino traumatizzato dalla morte della madre, trovandoci aspetti biografici che lo riguardano. Ci sono voluti molti anni perché le riprese partissero a causa delle comprensibili difficoltà che hanno tutti i progetti cinematografici ma anche perché ha voluto che non si prendessero scorciatoie. Se avesse ambientato il film negli Stati Uniti, racconta, tutto sarebbe stato più semplice. Di recente, per dire, ha ricevuto la proposta di girare in Bulgaria ma non ha accettato e alla fine l’ha spuntata e la produzione è partita in Italia. Ha voluto girare in Italia sia per un discorso di fedeltà al testo – dunque di qualità – sia perché, anche se vive a Los Angeles da anni, si sente ancora italiano e vuole valorizzare e difendere la nazione dalla quale proviene. Spiega che non è un compito facile. Che da quando è scoppiato lo scandalo del bunga bunga è difficile essere preso sul serio e non diventare lo zimbello degli americani. Che la vicenda ha causato un danno di immagine enorme e per certi aspetti essere italiano è diventato una sorta di handicap di partenza da superare. Il film è stato girato in Italia con un cast che comprende attori come Remo Girone e Lisa Gastoni, nonché operatori di grande livello, sempre italiani. Roy Bava, figlio del mitico Lamberto, è l’assistente alla regia di Eric D. Howell.

Certo è davvero un caso straordinario che un libro ormai sepolto, come La voce della pietra, abbia attraversato quasi vent’anni di silenzio e poi sia tornato alla ribalta con una produzione hollywoodiana. Raffo, a parte qualche recente performance televisiva per raccontare la poesia, l’amatissimo Pascoli per esempio, è sconosciuto al grande pubblico ma di sicuro si parlerà di lui. Il libro, uscito con il Saggiatore, che non ha voluto ristamparlo, tornerà sugli scaffali con un altro editore – ce l’ha in mano l’agente Vicky Satlow – e forse se ne farà una traduzione in inglese. Intanto il prolifico autore ha pubblicato con Robin Mio padre René, romanzo inedito con cui ha vinto il Premio Inedito da ragazzo ed era molto apprezzato da Natalia Ginzburg, membro della giuria, ma per molti anni rimasto appunto inedito. Continua l’attività frenetica di entraîneuse letteraria animando il circolo letterario La piccola fenice a Varese da lui fondato. Anche se ha lasciato la scuola, ha ancora incarichi di insegnamento. Le molte note positive che sono la colonna sonora della sua attuale esistenza, non coprono il rumore di fondo di qualche tonalità pessimista. I giovani non dimostrano più l’interesse per le attività artistiche proposte, i partecipanti al concorso di poesia o al cineforum sono diminuiti drasticamente. I giovani, dice Raffo, hanno dimostrato negli ultimi anni, una tendenza sempre crescente all’apatia. Stanno tutto il giorno attaccati agli ‘ordigni‘. Vale a dire i telefonini.

Non si può dire che Raffo sia il tipo da lasciarsi deprimere. È ancora in forma e si aggira per l’appartamento nella villa d’epoca dove vive, sulla prima cappella del Sacro Monte, mostrando la stratificazione, ormai semisecolare, di oggetti decadenti o kitsch: innumerevoli ritratti suoi, locandine di film horror o comunque d’antan (tra i preferiti Che fine ha fatto Baby Jane?), una fontana di plastica degli innamorati, un’asse da stiro con ritratto sopra Sylvester Stallone… Corre da una presentazione a una conferenza, passando per un reading poetico, a bordo di una decapottabile azzurra – ha sempre avuto una macchina decapottabile -, naturalmente senza navigatore. Per capire il personaggio teniamo conto che non distingue la destra dalla sinistra e se gli dici di andare a destra o sinistra, mentre guida, lascia il volante per un attimo e si fa il segno della croce per orientarsi. Gira a destra ‘Spirito Santo‘, a sinistra ‘Amen’. Per certi aspetti è agli antipodi di un altro scrittore varesino, Guido Morselli, romanziere schivo e tombeur che si è ritirato in una casa tra i boschi di Gavirate e si è tolto la vita dopo l’ennesimo rifiuto editoriale nel ’73. A lui è dedicato un premio per romanzi inediti, fondato da Raffo con l’allieva Linda Terziroli, che culmina ogni anno a maggio nella premiazione sul prato di fronte alla ‘casina rosa’, la rustica abitazione che si è progettato per isolarsi e scrivere. Benché afflitto da un certo tedium vitae e da un difficile rapporto con gli editori, Raffo è estraneo a dinamiche drammatiche, solitudini e cupezze. Si circonda continuamente di gente, è iperattivo e in moto perpetuo. Comunque, tra una gazzosa Abbondio, le bozze da correggere e un film noir introvabile da proiettare alla Fenice, ha una visione apocalittica del presente e del futuro. E spera vivamente di non reincarnarsi.