L’ultima volta che ho visto Louise Beckinsale è stata domenica 22 febbraio e si è parlato del film su William Turner. Non solo di quando il pittore inglese si fa legare sull’albero di una nave durante una tempesta di neve ma anche della scena in cui alla Royal Academy sputa su una tela per sfumare un colore davanti agli occhi esterrefatti del pubblico. Louise Beckinsale ha detto: ‘Ma sai quante volte ho sputato anch’io sulla tela quando dipingevo all’aperto e non avevo l’acqua?’ Poi mi ha parlato del diverso effetto dello sputo sull’acrilico e sull’olio. Mi piace ricordare la pittrice di Windsor che si racconta – quell’ultima volta – in modo ironico e mentre da sola in mezzo alla natura dipinge usando materiali del posto, oltre che quelli fisiologici: la terra e soprattutto gli steli che davano alle sue tele una consistenza materica che contrastava con il carattere sfumato e onirico del tratto. Una sorta di action painting naturale. Sono passati dodici anni da quando l’avevo intervistata per la Provincia Pavese e lei abitava allora in valle Staffora usando una balla di fieno come divano, genere ‘poltrona di paglia’ di Mendini per intenderci. Poco dopo – correva l’anno 2003 – aveva fatto una mostra intitolata ‘tele e ragnatele’ in una cascina disabitata di San Zaccaria, con paesaggi autunnali della Valle Ardivestra. Nel 2005 i suoi quadri sono stati usati come scenografia per il film di Lucini, L’uomo perfetto, con Riccardo Scamarcio e Gabriella Pession.

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Tornando a domenica – e saltando varie mostre, tra cui quella sulla Torre Branca a Milano –, e tornando all’ultima volta che l’ho vista viva: sapevo che non poteva andare a vedere il film su Turner e mi sentivo quasi in colpa a parlargliene, dunque le ho regalato un dvd di un vecchio film sovietico: dove Tarkovskij racconta la vita del più grande pittore di icone russo, Andrej Rublëv. Temevo di fare la figura dell’intellettuale barbogio, di rubarle il poco e prezioso tempo che le rimaneva, propinandole una lunga pellicola in bianco e nero e così le ho detto di guardare solo l’ultimo episodio. Quello in cui un ragazzino, il figlio del campanaro, in uno sperduto villaggio russo, si prende la responsabilità di costruire una campana dicendo di conoscere i segreti del padre. Il padre era morto di peste e questo non era un aspetto gradevole del film ma alla fine il ragazzino riesce a dirigere la costruzione della grande campana. Se non ci fosse riuscito, se la campana non avesse suonato all’esame severo degli emissari dello zar, gli avrebbero tagliato la testa. Mi sembrava un frammento che dà forza per il lieto fine e Louise amava i bambini oltre che l’arte. Aveva appena dato alla luce il quinto figlio ma non aveva più la forza di tenerlo in braccio. Per tenere in braccio un neonato ci vuole una certa forza e anche per dipingere all’aperto, come mi spiegava con una vena di amarezza attenuata dal suo spirito dry inglese. Benché molto combattiva doveva sottostare agli ordini di quello che Siddartha Mukherkjee ha chiamato The Emperor of All Maladies. Per dipingere all’aperto prima di tutto bisogna amare la natura e in questo caso la natura della Lombardia, la terra dove la pittrice di Windsor ha vissuto dopo il trasferimento in Italia quand’era bambina, prima nella brughiera dell’hinterland milanese – rosso Magenta o giù di lì -, poi in Oltrepò.

Negli ultimi anni abitava a Tortona, cioè poco oltre il confine con il Piemonte, ma l’orografia non cambia per la burocrazia. Ci voleva un’inglese, con nella retina ancora impresse le foreste di Bracknell o le spiagge di Brighton, per vagare d’inverno sulle colline padane o sulla sponda fredda del Po dedicando intere giornate a dipingere acquitrini e ciuffi stepposi, cieli azzurro ferro, evanescenti profili appenninici e pioppi spogli. Frammenti di luoghi accanto ai quali noi passiamo in macchina distratti, pezzi di paesaggio naturale che si sono salvati dalla proliferazione di capannoni e centri commerciali. Non mancano, tra i soggetti, campi di estivi di papaveri o grano, vale a dire scorci più solari e consueti, nelle grandi tele che dipingeva trasportandole in auto divise in bittici e trittici. Così come sottoboschi inglesi, dune in Camargue e prati di lavanda in Provenza. Ma è la passione di cercare la natura qui, anche dove noi non la vediamo più, la caratteristica che più distingue questa pittura di paesaggio. Gli inglesi sanno fare diverse cose meglio di noi italiani – sicuramente hanno conservato i loro landscape meglio di quanto abbiamo fatto in Lombardia – e tra le cose che sanno fare meglio ci sono gli obituaries, i necrologi. Di recente ho letto quello del grande viaggiatore e scrittore inglese Norman Lewis, l’autore di Napoli ’44. Uno che aveva visto gli orrori dell’occupazione e della liberazione ma anche quelli della devastazione dell’Amazzonia e delle culture indigene.

Ebbene il suo necrologio si concludeva così, con questa grazia per cui ho un debole da qualche tempo: ‘And his lilies were some of the rarest in England’. Si concludeva sfumando sulle orchidee preziose che coltivava. Credo che Louise Beckinsale non avesse il pollice verde, se non quando era sporco di colore, ma potrei sbagliarmi. Non era il tipo dell’inglese di Ascot che va pazza per i cappellini al Ladies Day. Senza voler forzare un paragone eccessivo, siamo di nuovo piuttosto dalle parti di Turner, figlio un po’ scontroso ed eccentrico di un barbiere di Londra, ma anche molto ironico e non privo di romanticismo. Mi rendo conto che mi nascondo dietro a una cortina fumogena di riferimenti culturali perché difronte alla morte tanto rapida di una giovane donna di 42 anni si è difronte all’incomprensibile e all’indicibile. A questo punto dovrei stare zitto, anche se il silenzio e la rimozione non erano certamente la strada che ha scelto per affrontare la malattia. Ha dimostrato al contrario un grande coraggio e apertura mentale incontrando tutta la gente che poteva per salutarla pur senza perdere la speranza e a dispetto della statistica. Nella tempesta di neve era il tipo che si fa legare sull’albero della nave invece che rifugiarsi sottocoperta.