Con una mano finanzia un ristretto gruppo di imprenditori italiani, con l’altra chiede denaro ai cittadini senza offrire la garanzia dello Stato per le sue obbligazioni. E poi ancora taglia fuori dalla partita la società pubblica Poste Italiane e nel collocamento fa spazio alle banche, grandi sponsor del presidente Franco Bassanini. Non c’è che dire: la Cassa depositi e prestiti sta decisamente cambiando volto. Prova ne è la prima emissione di un prestito obbligazionario destinato ai piccoli risparmiatori con un obiettivo di raccolta di 1,5 miliardi di euro. Le obbligazioni Cdp si possono sottoscrivere fino alle 17 di venerdì 13 marzo (la chiusura del periodo di offerta è stata anticipata rispetto al 27 marzo previsto inizialmente) e avranno un rendimento poco più alto rispetto ad alcuni buoni fruttiferi di Poste. Ma, a differenza dei prodotti distribuiti dal gruppo di Francesco Caio, sono “non subordinate e non garantite dallo Stato”, come si legge nel prospetto di base redatto dalla società ai fini dell’emissione.

Che cosa significa? Nell’ipotesi di difficoltà finanziarie della Cassa depositi e prestiti, il risparmiatore-acquirente avrà una tutela in meno rispetto al proprietario di buoni fruttiferi: “Nel caso in cui l’emittente non sia in grado di onorare i propri obblighi relativi a tali pagamenti – di rendimenti – e/o al rimborso del capitale, tali diritti potrebbero essere pregiudicati”, spiega il prospetto di base dell’offerta. Inoltre, precisa il documento, “l’assenza di garanzie relative alle obbligazioni potrebbe avere come conseguenza che il valore di mercato sia anche significativamente inferiore rispetto a quello di altri strumenti finanziari di debito emessi dall’Emittente assistiti da garanzia reale e/o personale e/o da un vincolo di destinazione aventi caratteristiche similari alle obbligazioni”. In compenso, i titoli di debito della Cassa, che avranno durata di sette anni, verranno tassati al 12,5%, aliquota ben più bassa rispetto al 26% delle obbligazioni bancarie e societarie. Salvo che, come precisa il documento, non ci sia un “eventuale inasprimento del regime fiscale”.

Il maggior rischio dell’investimento in obbligazioni rispetto ai buoni postali è del resto messo ben in evidenza nel documento dove si specifica che non si tratta di un prodotto finanziario “adatto alla generalità degli investitori” perché i bond sono “in generale” degli “strumenti finanziari di particolare complessità”. “Pertanto prima di effettuare una qualsiasi operazione avente ad oggetto le obbligazioni, l’investitore e l’intermediario devono verificare se l’investimento è appropriato per l’investitore” nonché, sulla base della “valutazione dei profili di esperienza”, se è “adeguato” alla situazione finanziaria “e agli obiettivi di investimento del medesimo”.

Insomma toccherà alle banche, che in passato non hanno esitato a piazzare bond spazzatura tra i piccoli risparmiatori, verificare se per il risparmiatore di turno sia conveniente o meno investire in obbligazioni Cdp. O se sia più interessante mettere i soldi in buoni fruttiferi che, a differenza delle obbligazioni, non subiscono fluttuazioni di mercato. La questione è delicata anche perché i buoni e i libretti (pari al 78% della raccolta di Cdp) sono distribuiti da Poste Italiane. Che invece non collocherà le obbligazioni. La vendita dei bond Cdp è infatti esclusivo appannaggio delle banche. Con il risultato che le commissioni per l’operazione non resteranno nella “famiglia” pubblica, ma alimenteranno i forzieri degli istituti di credito. Primi fra tutte Imi (gruppo Intesa San Paolo) e Unicredit che assieme alla francese Bnp Paribas sono responsabili del collocamento.

Quanto alle condizioni dell’offerta, l’emissione prevede una cedola mista, fissa per due anni all’1,75% lordo e poi variabile per i cinque successivi con uno spread minimo dello 0,5% sopra l’Euribor trimestrale. L’emissione non sembra molto generosa con i risparmiatori che possono acquistare lotti minimi da mille euro. Basti pensare che un Btp decennale paga una cedola lorda non molto lontana (1,50%) e un Btp Italia, in scadenza il 23 aprile 2020, arriva fino all’1,65 per cento. Con in più la garanzia pubblica. Inoltre non si può trascurare che “ogni cambiamento effettivo o atteso del merito di credito e/o della situazione finanziaria dell’emittente (…) può influire negativamente sul prezzo di mercato delle Obbligazioni”. In pratica, il prodotto, come accade per tutte le obbligazioni, sarà sensibile alle decisioni delle agenzie di rating sul merito di credito della Cassa Deposti e Prestiti. Attualmente Moody’s la valuta Baa, corrispondente a un rischio di credito moderato, Standard & Poor’s BBB-, ultimo scalino prima del passaggio a titolo speculativo e Fitch BBB+, che indica una buona capacità di onorare gli impegni.

Non resta che chiedersi, oltre al tema della concentrazione della raccolta nelle mani delle Poste dal 1924, quali siano le ragioni che hanno spinto Cdp a lanciarsi nel mercato obbligazionario. I vertici del gruppo pubblico hanno fatto sapere che la società ha “l’obiettivo di sostenere i flussi di raccolta” con “canali complementari” per “assicurare stabilità ai flussi” finalizzati al “puntuale assolvimento dei propri compiti istituzionali, con specifico riferimento della gestione separata”. Detta in altri termini, la Cdp batte cassa per poter concedere finanziamenti agli enti pubblici e agli organismo di diritto pubblico, attività che rappresenta la missione storica dell’istituto. Evidentemente, ora che la Cdp si è trasformata in braccio finanziario del governo non c’è Cassa che basti.