Non sono bastati l’annuncio di alcune partite del Mondiale di rugby 2019 – vera anteprima delle Olimpiadi che dovrebbero segnare il rilancio del Paese del Sol Levante sulla scena internazionale – o la fine degli ordini di evacuazione da alcune località a rasserenare gli animi degli abitanti della provincia di Fukushima.

A quattro anni dalla più importante catastrofe che il Paese abbia vissuto dal dopoguerra a oggi, decine di migliaia di ex residenti sembrano decisi a stare lontano da quella che era la loro casa. Gli abitanti delle aree più colpite da terremoto, tsunami e fughe radioattive dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi continuano a vivere in un misto di paura per eventuali effetti negativi sulla propria salute e rabbia contro il governo di Tokyo che non sta facendo quanto promesso per favorire la ricostruzione dell’area e delle esistenze stesse dei suoi abitanti.

Secondo dati di fonti governative citati dall’agenzia di stampa Jiji press, sono circa 120mila le persone che hanno deciso di lasciare definitivamente la propria casa. Quasi in 80mila avevano ricevuto l’ordine di evacuazione dal governo a causa degli alti livelli di radiazioni provenienti dall’impianto nucleare danneggiato dallo tsunami dell’11 marzo 2011; il resto – circa 40mila persone – ha deciso di allontanarsi da Fukushima autonomamente. Da quattro anni gli uomini della Tepco, l’azienda elettrica di Tokyo, cercano di contenere l’emergenza alla centrale, nonostante il meltdown dei reattori e le continue infiltrazioni di acque contaminate fuoriuscite dalle cisterne di stoccaggio nel terreno e nell’oceano, e di portare avanti le operazioni di bonifica. Ma anche in questo caso è la sfiducia nei confronti di chi regola e gestisce i lavori a prevalere: è delle ultime settimane la notizia che un giovane di 15 anni era stato assunto da un’azienda legata alla yakuza, la mafia giapponese, che si era aggiudicata un appalto di bonifica ambientale nei dintorni della centrale.

“È meglio non vivere nella paura”, racconta una donna raggiunta da Jiji che da Koriyama, nella prefettura di Fukushima si è trasferita all’estremo sud dell’arcipelago giapponese, a Okinawa. Ritsuko Kamino, questo il suo nome, ha ancora distinti nella mente i giorni in cui guardava freneticamente i rivelatori di radiazioni nell’aria e proibiva al figlio di sette anni di giocare all’aperto.

Un sentimento ben rappresentato da un sondaggio dell’Agenzia per la ricostruzione che ha dimostrato che solo un abitante su cinque di Namie, Futaba, Okuma e Tomioka, i centri che sorgono intorno alla centrale, avrebbe intenzione di tornare a casa propria. Questo nonostante il governo abbia già sospeso l’ordine di evacuazione in alcune zone delle quattro cittadine o abbia in programma di farlo nel futuro prossimo. Per vincere la diffidenza degli evacuati e convincerli a tornare, il governo provinciale ha messo a disposizione sussidi e abitazioni gratuite nelle zone considerate sicure. La disponibilità di case è però diminuita negli ultimi mesi a causa del continuo flusso di lavoratori impiegati nelle opere di ricostruzione delle aree terremotate, per cui Tokyo ha predisposto nel 2011 un investimento da 3,4 mila miliardi di yen (oltre 25 miliardi di euro).

Il governo ha inoltre offerto agevolazioni fiscali ai cittadini che avevano ricevuto l’ordine di evacuazione per acquistare un terreno edificabile su cui costruire una nuova abitazione, un’iniziativa che sembra iniziare ad avere successo. Ma lo spopolamento della provincia sembra senza rimedio: oggi la popolazione residente è inferiore ai 2 milioni di persone. In quattro anni, secondo i dati dell’amministrazione locale, in oltre 90mila hanno abbandonato Fukushima per trasferirsi in altre province del Paese-arcipelago.

di Marco Zappa