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“Clima, la soglia di 1,5°C di riscaldamento (che supereremo) non sia un alibi. La sfida è anche politica”

Dopo la pubblicazione del report dell'Unep, Cosimo Solidoro, direttore della sezione di Oceanografia dell’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale parla di motivazioni, strumenti e tempistiche per tornare indietro
“Clima, la soglia di 1,5°C di riscaldamento (che supereremo) non sia un alibi. La sfida è anche politica”
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“Una cosa è finire sott’acqua 50 volte all’anno, un’altra è farlo 100 volte. Non siamo più in grado di evitare un superamento temporaneo della soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale, fissata dall’Accordo di Parigi, ma limitarsi a registrare il fallimento dell’obiettivo o, peggio, utilizzarlo come alibi per il disimpegno, porterebbe a risultati ancora più disastrosi”. Così Cosimo Solidoro, direttore della sezione di Oceanografia dell’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e presidente della Commissione oceanografica italiana commenta il nuovo rapporto l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Un lavoro pubblicato, tra l’altro, mentre l’estate 2026 è stata caratterizzata da temperature record in vaste regioni e negli oceani e le previsioni indicano una preoccupante evoluzione di El Niño. Lo scienziato spiega perché non è a fine di tutto, perché c’è ancora tanto da fare e quali sono alcune delle questioni aperte su cui oggi i governi devono fare scelte decisive e, in alcuni casi, divisive. L’obiettivo, è scritto proprio nel rapporto dell’Unep è, una volta superata la soglia, il ritorno a temperature più basse.

Direttore, il superamento della soglia di 1,5 gradi (rispetto ai livelli preindustriali) di riscaldamento globale è davvero una notizia inaspettata?

“Se ne discute da tanti anni, ma per la prima volta si certifica (e lo fa un gruppo di lavoro dell’Unep, consultando la letteratura scientifica recente), che ormai non si può evitare più di arrivare a quella soglia. Anche se si azzerano le emissioni di anidride carbonica, questo non è più sufficiente”.

Sembra l’annuncio di un disastro. Eppure, il rapporto stesso si intitola ‘Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return’. Tradotto: ‘Limitare il superamento temporaneo della soglia: affrontare il superamento di 1,5°C e percorso per il ritorno’. Si sposta l’obiettivo?

“Non si sposta. Gli obiettivi ora sono due. Perché il fatto che noi arriveremo a 1,5°C di riscaldamento non significa che non possiamo fare più nulla. Anzi, molto cambia in base a quando ci arriviamo, come ci arriviamo e per quanto tempo ci troveremo oltre quel limite. Bisogna avere un approccio attivo”.

Nel migliore degli scenari oggi considerati, il riscaldamento raggiungerebbe comunque un picco di circa 1,8 °C.

“Tre decimi di grado possono sembrare pochi, ma non lo sono. Si impone la necessità di limitare al massimo l’entità e la durata dello sforamento e di creare le condizioni per rientrare il più velocemente possibile sotto la soglia di 1,5 °C, che è il secondo obiettivo. Ogni frazione di grado in più significa una maggiore fusione dei ghiacciai e delle calotte polari, un maggiore innalzamento del livello del mare, con conseguenze sulle isole e sulle città costiere, maggiori rischi per l’agricoltura, incendi, alluvioni, perdita di habitat e biodiversità. A partire dai sistemi più vulnerabili, come le barriere coralline tropicali, che rischiano entro questo secolo di scomparire in larga parte nella forma in cui le conosciamo oggi”.

È la sfida della mitigazione. Abbassare le emissioni per abbassare le temperature. Finora, evidentemente, non è stato fatto abbastanza. Cosa dovrà cambiare?

“Sul versante della mitigazione, lo sforzo non può più limitarsi all’obiettivo delle emissioni nette zero. Se vogliamo, dopo il picco, far diminuire nuovamente la temperatura globale, dovremo arrivare a una fase di emissioni nette negative, nella quale la quantità di anidride carbonica rimossa dall’atmosfera dovrà essere superiore a quella ancora emessa”.

Ad oggi sembra fantascienza.

“No, ma questo obiettivo pone una colossale sfida tecnologica quella legata al CDR, acronimo di carbon dioxide removal, ossia l’insieme delle attività che rimuovono anidride carbonica dall’atmosfera. Possiamo rispondere con soluzioni basate sulla natura, come la riforestazione e con quelle di cattura e stoccaggio del carbonio nel sottosuolo e tecnologie simili, su cui puntano molto alcune corporazioni industriali”.

Qual è il ruolo degli oceani?

“È fondamentale. Finora ci hanno schermato in maniera rilevantissima. Quasi la metà dell’anidride carbonica immessa in atmosfera bruciando i combustibili fossili è stata assorbita dagli oceani. Saremmo in una situazione molto peggiore. Questo, però, ha avuto un costo: gli oceani si stanno acidificando, con impatti sugli ecosistemi. E non ci schermeranno all’infinito. Oggi si discute anche del loro ruolo, come serbatoio di anidride carbonica. Fanno parte delle strategie di rimozione dell’anidride carbonica, infatti, anche le tecnologie di geoingegneria marina che prevedono di ‘seminare’ minerali nelle acque oceaniche. Puntano ad abbassare drasticamente le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera e a ridurre l’acidità dell’acqua marina. L’oceano, però, è talmente grande che i cambiamenti sono piccoli e difficili da notare. Quindi, anche mettendo in atto un’azione, se ne vedremmo i risultati dopo molti anni”.

A che punto siamo con queste tecnologie?

“È tutto sperimentale e non è ancora noto il loro impatto sugli ecosistemi e sui complicati cicli che non abbiamo. Anche perché un conto è ottenere un risultato con un determinato effetto in laboratorio, un’altra è ciò che accadrebbe su scala globale, che è ciò che serve. Parliamoci chiaro: dal 1850 circa ad oggi abbiamo liberato CO2 bruciando combustibili fossili di tutti i tipi ed ora vogliamo tornare indietro, portando via la stessa quantità di anidride carbonica bruciata in quasi duecento anni, dalla rivoluzione industriale in poi. È un’operazione gigantesca, non è la scala del laboratorio. Personalmente sono molto spaventato da questa circostanza, perché dovremmo andare a modificare degli equilibri importanti per il nostro pianeta, senza avere tutte le conoscenze su ricadute e impatti collaterali che queste tecnologie potrebbero avere”.

Il problema, però, non è solo tecnologico.

“Bisogna affrontare anche una sfida politica. Per ritornare sotto la soglia di 1,5°C potrebbero volerci molti decenni, se tutto va bene. Le politiche di oggi, quindi, dovrebbero puntare ad avere effetti tra sessanta, settant’anni, ma ragionare anche sui duecento. E devono essere le politiche a farlo, non si può attribuire questa responsabilità alle scelte, virtuose si spera, dei singoli individui”.

Impresa titanica, considerando la poca attenzione a quelli che sono i problemi già oggi esistenti, come le ondate di calore. Per di più, chi ci sarà tra duecento anni, al momento non vota.

“Tutto questo fa parte delle politiche di adattamento, dato che non possiamo evitare tutti gli effetti e i danni dovuti al cambiamento climatico. Dovremo gestirne una parte. Un esempio è quello delle scuole. Adattamento vuol dire orario diverso, condizionatori, ma anche cambio delle infrastrutture. E deve camminare di pari passo con la mitigazione, perché tra uno scenario e l’altro c’è molta differenza. Non possiamo ragionare come se non ci sarà nulla dopo la soglia di 1,5°C. A fine secolo, per esempio, nel Mar Adriatico mezzo metro in più di livello del mare non ce lo toglie nessuno e ci saranno diverse città che andranno sott’acqua, come la mia Trieste. Cento volte all’anno con alcuni scenari, cinquanta con altri. Quindi devo chiedere alla politica che mi tenga quanto più vicino possibile a uno scenario che mi faccia andare sott’acqua 50 volte e non cento. Poi, però, per le altre 50 volte bisogna pensare a delle soluzioni: alzare la pavimentazione, spostare le strade, proteggere i porti, gestire l’agricoltura per il cuneo salino che mi fa rientrare l’acqua salata del mare nei campi. Non è una scelta. Bisogna farle entrambe: mitigazione e adattamento. E se su questo (quindi sulla prevenzione) non ci metti le risorse, dopo ne dovrai spendere di più nelle emergenze. Cosa che sta già avvenendo”.

Avviene ovunque, non solo in Italia e in Europa. Basta guardare ciò che un ghiacciaio ha causato in Nepal.

“Insieme alla sfida tecnologica e a quella politica, ce n’è anche una etica, altrettanto cruciale. I Paesi e le popolazioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici sono spesso anche quelli meno sviluppati tecnologicamente, meno ricchi e meno influenti dal punto di vista politico. Penso a Indonesia, Pakistan, Bangladesh. I Paesi più ricchi e tecnologicamente avanzati hanno quindi una responsabilità particolare: intervenire anche quando gli impatti diretti su di loro possono essere relativamente minori e sostenere una parte significativa dei costi della transizione e dell’adattamento globale”.

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