L’hanno bocciata persino i colleghi di sua moglie, Agnese Landini, insegnante all’Istituto superiore Ernesto Balducci di Pontassieve. In 63 su 65, durante un consiglio d’istituto andato in scena lo scorso novembre, hanno detto “no” alla “buona scuola”, la riforma con cui il presidente del Consiglio Matteo Renzi punta a “cambiare verso” al sistema scolastico italiano. Un piano articolato in dodici punti che, fra i vari obiettivi, si pone quello di assumere 150 mila docenti (poi ridimensionati a 120-130 mila) a partire da settembre 2015, di premiare il merito e di digitalizzare le scuole con banda larga veloce e wi-fi. Tutto molto bello. Almeno nelle intenzioni.

Il governo avrebbe dovuto discutere il provvedimento nel Consiglio dei ministri del 27 febbraio, poi slittato al 3 marzo per non precisati “impegni” sopraggiunti. La realtà però sembra essere la stessa di sempre: la mancanza di coperture finanziarie. La coperta è corta e di soldi per onorare la parola data ne servono parecchi. Come uscirne? Per esempio “raccomandando” alle scuole di “radiare i residui attivi esistenti”. Tecnicamente si tratta di entrate accertate ma non ancora riscosse. Nel caso specifico, crediti privati che gli istituti di tutta Italia hanno anticipato per progetti didattici o attività extracurriculari con la promessa che lo Stato glieli avrebbe restituiti. Soldi che adesso rischiano di non arrivare mai nelle loro casse. “Parliamo di oltre mezzo miliardo”, spiega a ilfattoquotidiano.it la senatrice Maria Mussini (Gruppo Misto), che ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e a quello dell’Istruzione Stefania Giannini chiedendo spiegazioni in merito. “Si tratta di fondi delle famiglie che vanno a coprire le esigenze della scuola, dai laboratori fino alle lavagne multimediali. Ecco perché – aggiunge Mussini – è grave che vengano sottratti e non risarciti, così come trovo scandaloso che il ministero dell’Istruzione (Miur) e tanti esponenti del Partito democratico neghino l’esistenza del problema”.

Nei giorni scorsi, infatti, il Miur ha precisato di “non aver mai chiesto ai dirigenti scolastici la cancellazione dei residui attivi”. E anche la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi, ha parlato di “informazioni mediatiche fuorvianti e lontane dalla realtà”. Peccato che le e-mail partite dal ministero a firma del direttore generale delle risorse umane e finanziarie, Jacopo Greco, parlino chiaro. “Attesa la attuale situazione finanziaria di bilancio dello Stato e in considerazione della vetustà temporale di residui attivi che risultano ancora iscritti nei bilanci di diverse istituzioni scolastiche”, scrive Greco, “si auspica che con progressiva e ragionata programmazione gli stessi possano essere radiati nell’ambito della autonoma gestione amministrativo contabile e nel rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente, tramite mirate delibere dei consigli d’istituto. Ciò – conclude il dirigente del Miur – al fine di rendere i bilanci delle scuole più coerenti con la effettiva situazione finanziaria e anche per consentire all’Amministrazione una analisi più dettagliata e orientata a soddisfare le esigenze effettive, predisponendo gli interventi finanziari più idonei”. Poco spazio per le interpretazioni, insomma.

Un problema, come detto, che riguarda tutte le scuole della Penisola. Alcune delle quali, stando ai dati in possesso de ilfattoquotidiano.it, devono riavere indietro somme di tutto rispetto. Il liceo Laura Bassi di Bologna, per esempio, ha residui attivi per circa 112.500 euro. Il Copernico (stessa città) per 117 mila. L’istituto comprensivo di Crevalcore per quasi 120 mila, quello di Ozzano per 112.700. L’istituto Mattei di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, per 172.600 euro. A Roma l’istituto di istruzione superiore di via Tommaso Salvini addirittura per 300 mila euro. Mentre il liceo Mazzini di Napoli per 34.600 e l’istituto comprensivo San Giuseppe Calasanzio di Milano per 90 mila euro. “Se lo Stato saldasse il proprio debito, le scuole si troverebbero in una situazione molto migliore di quella attuale: spesso non ci sono i soldi per comprare la carta igienica”, dice Gianluigi Dotti, responsabile del centro studi Gilda, il sindacato degli insegnanti. Cosa succede se lo Stato decide comunque di non pagare? “Nulla”, risponde il sindacalista, “queste cifre rimangono nel bilancio ingolfandolo. Il problema è che spesso gli insegnanti aspettano per mesi i loro compensi, ad esempio in occasione degli esami di maturità, così sono costretti ad inviare diffide alle scuole per essere retribuiti. A quel punto i dirigenti scolastici devono arrangiarsi con i fondi che hanno a disposizione nel bilancio creando i residui attivi”.

In un quadro già a tinte fosche, la Mussini fa notare un altro particolare: il primo comma dell’articolo 6 del decreto Milleproroghe, che ha appena incassato la fiducia anche al Senato diventando legge, dispone “la proroga” dal 31 dicembre 2014 al 30 settembre 2015 “per le elezioni del Consiglio superiore della pubblica istruzione (Cnpi)”, l’organo che formula pareri obbligatori sulla valutazione e sull’organizzazione generale del sistema scolastico nazionale ed è chiamato a dare un parere sulle proposte del ministro in carica. Il tutto in barba ad una recente sentenza del Consiglio di Stato che ha stabilito entro il 30 aprile prossimo lo svolgimento delle suddette elezioni. Non solo. Perché nella stessa sede è scritto che viene prorogato, dal 30 marzo al 31 dicembre 2015, “il termine entro il quale sono da considerarsi non dovuti i pareri obbligatori e facoltativi” del Cnpi. Tradotto: nessun controllo per il manovratore fino a fine anno. “Un fatto inaudito”, attacca Mussini: “Volendo fare un parallelo, sarebbe come eliminare il Consiglio superiore della magistratura. Guarda caso tale proroga arriva proprio nel momento in cui il tandem Renzi-Giannini ha intenzione di rivoluzionare la scuola italiana”. Se non ora, quando?

Twitter: @GiorgioVelardi