Con il decreto che il governo stava preparando per martedì “Telecom Italia avrebbe portato i libri in tribunale”, questo il messaggio che è arrivato alla prima azienda di telecomunicazioni italiana. Lo scontro con Palazzo Chigi ormai è violento e sta per arrivare a un epilogo: Telecom dovrà scegliere se e quanto essere parte di un progetto di sviluppo della banda larga che per Matteo Renzi è diventato una questione di principio, oltre che di immagine. Il decreto da “libri in tribunale” prevedeva il passaggio dalla rete in rame (di Telecom) a quella in fibra (in gran parte ancora da costruire) nel 2030, uno switch off simile a quello dalla tv analogica al digitale terrestre che avrebbe azzerato il valore della più preziosa infrastruttura in bilancio a Telecom, con effetti finanziari pesanti fin d’ora.

La tensioni tra l’azienda guidata da Giuseppe Recchi e Marco Patuano, da un lato, e la squadra di consiglieri di Renzi dall’altro, crescono da mesi. In sintesi: il governo è convinto che Telecom, l’operatore dominante, è il partner più adatto per costruire la nuova rete che dovrebbe portare Internet a 100 mega al secondo, non a tutti ma quasi, entro il 2020. Una velocità che a Telecom sembra esagerata per le reali esigenze delle famiglie e al governo quasi riduttiva, visto che ora in Gran Bretagna i laburisti (all’opposizione) promettono 1.000 mega, in vista delle elezioni di novembre. L’idea governativa, ispirata dal presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini, è creare una società con dentro Telecom e Metroweb, un’azienda che ha già la fibra a Milano e che è controllata proprio da Cdp, quindi, di fatto, dallo Stato. Bassanini, e i consulenti del premier Andrea Guerra e Yoram Gutgeld, sono convinti che Telecom Italia ha troppi debiti per fare gli investimenti necessari, ma ha le tecnologie. Metroweb ha la struttura finanziaria necessaria (bisogna essere snelli e solidi per accedere ai fondi europei e a quelli della Banca europea degli investimenti, previa garanzia statale) ma ha bisogno delle competenze e delle strutture di Telecom. Il nodo è: chi comanda? Sulla carta sono tutti d’accordo che sia Telecom ad avere la maggioranza della nuova società, ma per Recchi e Patuano questo non è garanzia sufficiente. Quando sei in società con lo Stato che decide le regole, è lui il partner più forte. Per un’azienda senza padrone come Telecom (tutti gli azionisti forti vogliono vendere le loro quote, da Intesa Sanpaolo alla spagnola Telefónica a Mediobanca) significa avviarsi verso un ritorno in mano pubblica: basterebbe poco, per la Cassa depositi e prestiti, per uscire dalla nuova società della rete e farsi pagare non in euro ma in azioni Telecom, e lo Stato tornerebbe azionista del gruppo a quasi vent’anni dalla privatizzazione.

Il 20 febbraio la rottura: il consiglio di amministrazione di Telecom decide di congelare le trattative con Metroweb e presenta un piano di investimenti che il governo vive come un affronto: 2,9 miliardi per la fibra, ma soltanto 500 milioni per la tecnologia Ftth (Fiber to the home). E a Palazzo Chigi hanno deciso che la nuova rete dovrà essere Ftth, cioè con la fibra che arriva direttamente in casa del cliente invece che all’armadio in strada a cui si connettono poi i singoli utenti (una soluzione che piace a Telecom perché le lascerebbe il ruolo di porta d’accesso al servizio, con frustrazione dei concorrenti). A Palazzo Chigi hanno capito il messaggio: Telecom non cambia i suoi piani industriali in base alle esigenze della politica, nell’azienda dei telefoni rimane la stessa logica dei tempi di Franco Bernabé, cioè che in Italia oggi non c’è domanda sufficiente a giustificare la costruzione di una rete così costosa. Finché almeno lo Stato non informatizza tutta la sua burocrazia, spendere tanto non conviene. È partita quindi la ritorsione del governo per distruggere il valore di bilancio della rete, un’iniziativa pare curata da Raffaele Tiscar, uno dei consiglieri di Palazzo Chigi. Immediata la controffensiva Telecom, che ha per ora bloccato il decreto.

Ma c’è un altro piano, nato sull’asse Gutgeld-Bassanini: dopo Milano, anche a Bologna Metroweb sta costruendo la fibra, ed è quasi pronta. Nelle singole città in cui c’è la fibra – costruita, se ci sta con Telecom, altrimenti anche con altri operatori (Vodafone e Wind sono pronti) – si può incentivare il passaggio dal rame alla fibra con un voucher pagato dallo Stato: Internet sulla fibra costa più di quello in rame, ma la differenza la paga il governo, così da rendere conveniente il passaggio alla rete di nuova generazione. Il voucher sarebbe poi girato dal fornitore della connessione al gestore dell’infrastruttura, che quindi verrebbe sussidiata dal pubblico ma partendo dal lato della domanda. In questo modo si potrebbero usare 2 miliardi di euro di fondi europei. È un altro modo per abbattere il valore del rame Telecom almeno nelle grandi città dove il passaggio alla banda larga è economicamente interessante per gli operatori.

Negli ambienti renziani gira questa battuta per spiegare la situazione: “Se io decido di sposarmi e lo chiedo a Monica Bellucci, lei ha tutto il diritto di dire di no. A quel punto io posso rinunciare al matrimonio o chiedere a un’altra donna più disponibile. Noi abbiamo deciso di sposarci”. Con Telecom, se ci sta, oppure con qualcun altro.

Twitter @stefanofeltri