Coazione a ripetere. Siamo al punto che occorre scomodare Sigmund Freud per cercare di descrivere il comportamento di Standard & Poor’s. A oltre dieci anni dal clamoroso (e non previsto) crac Parmalat e a quasi sette anni dal fallimento di Lehman Brothers (che fino a pochi giorni prima – come Enron del resto – beneficiava di una Tripla A), l’agenzia di rating statunitense si applica su Veneto Banca. Naturalmente a buoi in fuga, se non già scappati. E’ infatti di giovedì sera la notizia che la prestigiosa agenzia ha messo sotto osservazione il rating “BB-” dell’istituto veneto per le “potenziali conseguenze” delle indagini che hanno coinvolto l’ex presidente Flavio Trinca e l’ex amministratore delegato (nonché attuale direttore generale) Vincenzo Consoli.

Ora – con tutto il rispetto per Standard & Poor’s – la Banca d’Italia è intervenuta un anno e mezzo fa con rilievi pesantissimi sui bilanci e imponendo di fatto un cambio al vertice dell’istituto. Ricambio che è stato solo parziale, dato che appunto l’amministratore delegato Vincenzo Consoli, vero e proprio dominus della banca, è rimasto ai vertici in qualità di direttore generale. Ma all’epoca, evidentemente, l’agenzia guardava tutto fuorché i conti e i guai di Consoli. Oggi la realtà dei fatti sta venendo a galla: c’è un’inchiesta formale, ci sono forti dubbi sulla contabilità e sulla metodologia adottata per determinare il prezzo delle azioni (non quotate), emergono prassi e consuetudini non propriamente lecite per l’erogazione dei crediti, cresce il sospetto che gli stress test della Bce siano stati superati grazie a maquillage contabili… e Standard & Poor’s decide dunque di mettere sotto osservazione il rating. Non prima, oggi.

Tra le motivazioni addotte si legge che “pure certe prassi nei prestiti potrebbero indebolire il profilo di credito di Veneto Banca, in particolare attraverso un rischio reputazionale“. Coazione a ripetere a parte, qui manca anche il senso del ridicolo: a parlare di rischio reputazionale è un soggetto che giusto il 3 febbraio scorso ha sborsato 1,5 miliardi di dollari pur di chiudere la causa con il governo Usa che lo vedeva imputato per aver gonfiato ad arte il rating dei prodotti legati ai mutui subprime (assegnando addirittura la “tripla A“, vale a dire il giudizio di massima affidabilità). E poche settimane prima aveva patteggiato una causa analoga con la Sec (la Consob americana) e gli stati di New York e Massachusetts pagando altri 77 milioni di dollari e concordando un anno di sospensione dall’attività di rating su determinati prodotti finanziari. Insomma, un soggetto corresponsabile della crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 e dalla quale tutt’ora non si riesce a uscire.

Ma anche mettendo dietro la lavagna Standard & Poor’s, il problema Veneto Banca resta. E non è da poco. Per cercare di minimizzare i danni e salvare l’istituto, si ipotizza un’aggregazione con un’altra popolare, ma sarà difficile trovare il consenso tra i soci perché le azioni di gruppi quotati che potrebbero svolgere il ruolo di polo aggregante – come il Banco popolare o la Banca popolare dell’Emilia Romagna – hanno valutazioni intorno allo 0,7-0,8 del patrimonio netto. Veneto Banca, che non è quotata, si auto-attribuisce invece un valore di 39,5 euro per azione che corrisponde a circa 1,2 volte il patrimonio netto. Per aggregarsi a una popolare quotata, dunque, i soci di Veneto Banca dovrebbero essere disposti a concedere un forte sconto sul valore (presunto) delle loro azioni subendo una perdita in conto capitale. L’alternativa resta quella del matrimonio con l’eterna rivale, la Popolare di Vicenza, già prospettato in passato e poi bocciato. L’indubbio vantaggio è che anche Vicenza non è quotata e ciò permette una maggiore, reciproca, flessibilità nelle valutazioni. Da capire se poi la polvere potrà essere davvero nascosta sotto il tappeto o se, unendo queste due realtà, non si rischia di ritrovarsi poi con un problema molto più grande.