È aperta la caccia ai troll e agli hater del web: coloro che per semplice divertimento o per vera e propria inclinazione all’odio, fomentano le discussioni in rete o insultano e minacciano in maniera specifica gli altri utenti attraverso messaggi anonimi. Troll Hunters, programma televisivo svedese, ogni settimana svela chi si cela dietro le loro tastiere, scovando e rintracciando gli autori degli insulti e andandoli a intervistare. “Di alcuni di questi mostriamo le facce ai telespettatori, di altri invece proteggiamo l’identità”, spiega al Fatto Quotidiano il giornalista Robert Aschberg, conduttore dello show in onda su Tv3 giunto alla seconda stagione. Il procedimento richiede un notevole lavoro di indagine. Prima di presentarsi davanti alle porte dei molestatori per chiedere conto del loro comportamento, Aschberg intervista le vittime: “Riceviamo molte segnalazioni di persone che ricevono attacchi sui social network, sui forum o sui blog che ci chiedono di partecipare – spiega il giornalista -. La nostra è una squadra composta da dieci persone che una volta ricevute le indicazioni, scandagliano la rete. I troll lasciano sempre qualche traccia: magari hanno un nome in qualche forum che poi riutilizzano anche da qualche altra parte. Usiamo qualsiasi cosa su cui riusciamo a mettere mano”.

Commenti sessisti, razzisti, vere e proprie minacce e inviti al suicidio. L’odio viaggia in rete sotto varie forme. E se ciò che accomuna troll e hater è un linguaggio irridente e talvolta violento, chi viene beccato da Aschberg e dalla sua troupe reagisce in maniera diversa: “Alcuni, davanti al microfono, fanno i duri. Dicono: ‘Se quella è una puttana, allora lo posso scrivere su Internet’. Altri invece scoppiano a piangere, ci implorano di non riprenderli”. A volte capita anche che chi venga scoperto neghi di aver lasciato commenti in rete: “È inutile – precisa il conduttore –. Noi li lasciamo fare, poi però mostriamo a chi ci segue da casa le prove che abbiamo raccolto”. 

Chi si nasconde in genere dietro alla violenza online? La risposta può sorprendere. “Avevo qualche pregiudizio, pensavo che avremmo trovato solo una certa categoria umana, giovani, frustrati, disoccupati, spesso persone di estrema destra, ma è in realtà è un mix. Abbiamo trovato donne di una certa età che non facevano altro che molestare tutto il giorno persone sui forum e ci sono persino ragazzini di 11 anni. Noi non ci confrontiamo con i minori, io ho parlato con qualcuno dei loro genitori. Ed erano scioccati. I loro figli, sebbene fossero così giovani, usavano parole molto cattive”.

Il fenomeno dell’odio in rete non ha un’estensione precisa, ma in Svezia, Paese con un altissimo indice di penetrazione digitale, sta diventando un problema sempre più dibattuto e la polizia è spesso impreparata a fronteggiare i crimini sul web. I campi prediletti dai troll sono i dibattiti politici online, quelli sull’islamofobia e gli attacchi a sfondo sessuale, specie contro le donne. Una volta rintracciati, però, nessuno di loro viene denunciato: “Non siamo forze dell’ordine, facciamo un programma televisivo. Vogliamo solo mantenere vivo il dibattito e lanciare un avvertimento”. Se risalire alle facce dei molestatori è possibile, capire le loro motivazioni rimane un mistero: “La rete è la più grande invenzione dai tempi della ruota, ma molte persone cambiano quando iniziano a usarla – conclude Aschberg –. Io non sono contro la libertà d’espressione e l’anonimato online, ma si deve capire che ciò che è illegale nella vita reale lo è anche su internet”.

E la guerra ai troll sta diventando mondiale. Il ceo di Twitter, Dick Costolo, ha recentemente ammesso in una comunicazione interna, poi diventata di dominio pubblico, che la piattaforma “fa schifo nel gestire gli abusi”, una mancanza che fa “perdere utenti ogni giorno” e che necessita di un intervento urgente. Mentre il Regno Unito ha proposto di innalzare le pene fino a 2 anni di carcere per “i troll violenti della rete”.