Lo Stato Islamico si è aperto ai nuovi media come nessuna organizzazione terroristica aveva mai provato prima, instaurando un nuovo livello percettivo dell’universo jihadista, più contemporaneo e quindi, per questo, più profano, nonostante il continuo ricorso a simboli e codici tipici dei vecchi imperi. La diffusione quasi seriale di video dell’orrore, tra esecuzioni in pubblica piazza, ordalie mediatiche e minacce rivolte all’Occidente, ha aperto uno spartiacque definitivo e probabilmente irreversibile, che oggi sembra aver raccolto numerosi consensi anche nel continente africano, dove a far da portabandiera sono i miliziani di Boko Haram.

Ma chi pensa, produce e diffonde in rete il brand del Califfato? Chi ne custodisce il pensiero? Dove si conduce la vera battaglia degli ingegni jihadisti? I siti web a sostegno dell’Is(is) sono diversi, anche se il campo ideologico è definito, invece, da un certo numero di mezzi di comunicazione e start-up nate su Twitter. Nella platea di concorrenti ce n’è una degna di particolare attenzione: la “Ghuraba Media Foundation“, una giovane agenzia di comunicazione nata nel 2013, che opera come un vero e proprio service, partecipando, tra le altre cose, alla produzione e alla distribuzione dei video dello Stato islamico. In passato si disse anche responsabile della pubblicazione di diversi filmati per la promozione dei ribelli ceceni nel Caucaso ed è la “Ghuraba”, ancora, ad aver realizzato uno dei video diffusi da Boko Haram il 1 novembre scorso, in cui si mostrava Abubakar Shekau in compagnia di una decina di guerriglieri schierati davanti a quattro Suv militari.

Su Twitter ha iniziato a cinguettare con l’account @alghuraba_ar, al quale di tanto in tanto aggiunge qualche numero per ovviare alla censure dei moderatori (oggi è @alghuraba_ar04, ma mentre scrivo potrebbe essere cambiato nuovamente). Per ampliare il suo network e incrementare il numero di collegamenti ipertestuali si affida a siti come justpaste.it e per l’archiviazione utilizza spazi come gulfup.com e sendspace.com.

Ogni settimana pubblica saggi e libri in formato pdf, molti dei quali sono dedicati alla difesa dello Stato islamico contro i suoi detrattori. L’archivio dei suoi scritti cresce di giorno in giorno, e sta diventando un rivale, per quanto modesto, della biblioteca jihadista della “Minbar al-Tawhid wa’l-Jihad” (la pagina, vale a dire uno dei siti web pro-al Qaeda più conosciuti al mondo, moderato dal terrorista giordano Abu Muhammad al-Maqdisi,  rimesso in libertà proprio in questi giorni dalle autorità di Amman per essere “usato” con lo scopo di rivolgere ai suoi seguaci sermoni anti-Is(is), in una escalation di violenze e di accuse venutasi ad aprire dopo l’uccisione del pilota giordano.

Entrambe le “società” in passato si sono misurate con alcune defezioni interne e scambi di influenti pensatori, seguendo l’ondata di apostasia che ha afflitto al Qaeda negli ultimi anni. Sono diversi gli ideologi islamisti che dallo scorso agosto si sono infatti avvicinati al Califfato iracheno. Abu al-Mundhir al-Shinqiti e Turki al-Bin’ali sono due di questi. Prima facevano parte del “Consiglio della Sharia” della Minbar, una sorta di direttorio per l’agenzia, poi hanno giurato fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi e sono stati allontanati.

Dal canto suo, la Ghuraba (che significa “coloro che sono estranei”, in memoria dell’hadith attribuito al Profeta Maometto tra i salafiti musulmani: “L’Islam è iniziato come qualcosa di strano e tornerà ad essere strano, così come è iniziato, così da dare la lieta novella agli stranieri”) non dispone di un consiglio ufficiale vero e proprio, bensì ospita una consorteria di collaboratori regolari: due mauritani (Abu ‘Ubayda al-Shinqiti e Abu Salama al-Shinqiti), un iracheno (Abu Khabab al-‘Iraqi), un marocchino (Zakariya’ Bu Gharara), un sudanese (Musa ‘ id ibn Bashir) e molti altri imam semi-sconosciuti (Abu Musab al-Athari, ‘Ubayda al-Athbaji, Abu Bara’a al-Sayf e “Ahlam al-Nasr”, descritta come “la poetessa dello Stato Islamico“).

Sono le teste pensanti del’Is(is), o almeno alcune di loro, anche se vale la pena sottolineare che la Ghuraba non è unica nel suo genere, su Twitter sono presenti decine di agenzie che svolgono attività analoghe, come la Battar Media Foundation, la Wafa’ Foundation for Media Production e la A’isha Media Center, per citarne alcune. Nei primi di settembre più di una dozzina di queste piattaforme si sono unite sotto l’ombrello del “Media Front In Support of the Islamic State”.

Questa guerra silenziosa sul web rappresenta solo un microcosmo del confitto in Medio Oriente, ma se il potere di condizionamento in rete di questi ideologi può rappresentare un’unità di misura per definire lo stato delle cose, allora è assai probabile che in futuro dovremo aspettarci nuovi orrori e violenze. Il peggio, forse, deve ancora venire.