Giovedì scorso qualche simpatizzante dello Stato Islamico ha cominciato a diffondere in rete alcune immagini che ritraggono una nuova modalità di esecuzione nel Califfato di al Baghdadi. Si tratta di immagini oscene: uomini gettati da un edificio alto decine di metri in una pubblica piazza, a Ninive. Solo perché erano gay, e dunque accusati di aver violato l’interpretazione puritana della legge islamica. In altri scatti, sempre girati sul web, si sono invece visti dei miliziani dal volto coperto sparare a bruciapelo alle spalle di alcuni prigionieri crocifissi. Ad assistere, ancora, c’era una platea di cittadini iracheni.

La condanna a morte è uno degli strumenti più influenti nel marketing del terrore che l’Is(is) conduce ormai con chiara padronanza del linguaggio. C’è un piano preciso nella costruzione e nella diffusione del brand, un modello di proselitismo evoluto e dai tratti fortemente occidentali. Molti dei video prodotti da quando al Baghdadi ha proclamato il suo regno a Mosul sono stati realizzati attraverso montaggi accurati, cambi di inquadrature ben fatte, time lapse, plug-in, scene tratte da film hollywoodiani. E in ogni filmato compare sempre una vittima o un soggetto punito. E’ l’antologia del takfirismo (una versione estrema e perversa dell’Islam): colpire e abbattere i miscredenti.

Da Mosul a Raqqa, in Siria, gli “hudud” (ovvero le punizioni fissate dalla sharia per reati come il furto, la fornicazione, l’adulterio, l’apostasia) e le esecuzioni pubbliche sono ormai una pratica comune. Servono a terrorizzare la popolazione e a costruire un modello sociale di stretta obbedienza alle regole del califfo. Ma soprattutto mirano ad allargare il consenso del gruppo anche in Occidente. Per secoli, del resto, le esecuzioni pubbliche sono state usate come una lezione di vita, o in altri casi come un momento di leggero intrattenimento. La storia delle decapitazioni ci dice qualcosa.

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Lo Stato Islamico è uscito allo scoperto tagliando la gola ad alcuni reporter occidentali e distribuendo i rispettivi video online, nel chiaro tentativo di massimizzare lo choc e rendersi visibile alla comunità internazionale, perché sapeva che in rete ci sarebbe stato un pubblico disposto a guardare. Con sdegno o meno non importa, questo è ciò che ci insegna la storia: da Maria Antonietta d’Asburgo all’ex criminale tedesco Eugen Weidmann, l’ultimo ghigliottinato a Versailles nel ’39, centinaia di boia hanno tagliato centinaia di teste nel corso degli anni con la consapevolezza di trovarsi in faccia a una platea di spettatori pronta ad assistere all’evento.

Dietro le decollazioni di James Foley e dei suoi ostaggi, l’Is(is) ha provato a costruire una sorta di dramma seriale e come in una fiction, al termine di ogni singolo episodio, è scoccata l’attesa per la prossima puntata. Oggi la rete ha aumentato il rischio che questo processo di degenerazione umana possa crescere fino a divenire irreparabile. Internet, che piaccia oppure no, ci offre sempre dei posti in prima fila.

Boicottare questi terribili atti, insomma limitare la diffusione di immagini di propaganda, come appunto l’uccisione di cittadini omosessuali lanciati giù da un edificio o la distribuzione di video choc sulla cui origine non vi è alcuna certezza o attendibilità, nonostante la tecnologia oggi offra un buon rifugio per continuare a guardare, è il solo modo per iniziare a combattere realmente lo Stato Islamico.

Questo non vuol dire ignorare quanto sta accadendo in Iraq e Siria o le minacce rivolte all’Occidente, al contrario, significa prenderne maggiore consapevolezza.

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