Sulla questione democrazia interna al Movimento 5 Stelle non siamo mai stati teneri. Più volte abbiamo denunciato il rischio che il movimento scivolasse inesorabilmente verso una ben poco liberale dittatura della maggioranza. Più volte abbiamo spiegato che, secondo noi, le espulsioni decise dall’alto in spregio ai regolamenti interni e poi avallate dalla base spingevano il movimento verso un brutta deriva plebiscitaria. Con altrettanta chiarezza bisogna però dire che oggi il M5S è l’unica forza politica che applica un metodo democratico per arrivare alla scelta del nuovo Presidente della Repubblica. Mentre un premier non votato dagli elettori e un leader di partito privato dei diritti civili perché condannato per una gigantesca frode fiscale si incontrano per trovare un nome da imporre ai loro parlamentari, gli iscritti al movimento esprimono la loro preferenza on line. Scelgono il loro candidato tra 9 personalità proposte dai loro deputati e senatori, più una indicata da alcuni esponenti della minoranza del Pd: Romano Prodi.

La differenza di metodo e di sostanza è evidente. Anche per questo gli iscritti al Movimento oggi devono capire che l’impegno che li attende è gravoso. Dalle loro scelte potrebbe dipendere il futuro politico italiano. Tra i dieci candidati ve ne sono molti di valore. Zagrebelsky e Cantone, per esempio (ma se ne potrebbero citare altri), rappresenterebbero un segno di discontinuità importate rispetto al passato. Entrambi sono uomini che chiedono il rispetto delle regole e le rispettano. Una rivoluzione per questo Paese. Ma è inutile girarci intorno: se le Quirinarie le vinceranno loro nessuno dei due diventerà presidente. Le possibilità che il pregiudicato Berlusconi e lo spregiudicato Renzi si accodino a questi nomi sono prossime allo zero. Se non altro perché il secondo contraente del Patto del Nazareno sa bene che con personaggi come questi al Quirinale non verrebbe mai promulgata nessuna legge in grado di rimetterlo in gioco (vi ricordate l’articolo 19 delle delega fiscale bloccato da palazzo Chigi fino al prossimo 20 febbraio?) o per continuare a favorirlo economicamente.

Il discorso però cambia, e di molto, se dalle Quirinarie escono i nomi di Pier Luigi Bersani o di Romano Prodi. Per il Pd sarebbe impossibile dire di no. E a quel punto i voti di Forza Italia diventerebbero ininfluenti. È ovvio, per un militante dei 5 Stelle è molto dura dimenticare come il primo sia stato l’avversario principale alle ultime politiche o come il secondo sia stato il Padre dell’euro. Vi sono però momenti nella vita in cui è bene scegliere non seguendo il cuore, ma la ragione. Per questo, nel caso in cui interessasse a qualcuno, diciamo qui come la pensiamo. Tra i due è secondo noi preferibile Prodi. Di lui tutto si può dire tranne che non sia sempre stato un fiero avversario del pregiudicato di Arcore. Ha, a differenza di Bersani, una grande caratura internazionale e questo è un bene nel momento in cui, magari seguendo Tsipras, si può aprire uno spiraglio per rinegoziare almeno parzialmente le regole europee.

Nel ’96, durante il suo primo governo, ha sì commesso molti errori, ma ha pure fatto alcune cose buone. È stato per esempio lui a volere Antonio Di Pietro come ministro dei Lavori Pubblici (infrastrutture). E chi c’era può testimoniare come con l’ex pm di Mani Pulite alla testa del dicastero per qualche anno dalle parti di Porta Pia si sia davvero respirato un clima diverso. Non per niente il primo governo Prodi è durato solo un paio di anni ed è stato sostituito, grazie a una manovra di Palazzo, da un esecutivo presieduto da Massimo D’Alema, un politico che nella commissione Bicamerale aveva già tentato di riscrivere la Costituzione con Berlusconi.

Della serie i corsi e ricorsi storici. Inoltre, non va dimenticato, come il suo secondo governo sia stato fatto cadere grazie a una compravendita di senatori per cui oggi il leader di Forza Italia si trova ancora sotto processo. Certo, tutto questo non basta agli occhi di molti militanti dei 5 stelle per assolvere Prodi da altre sue responsabilità politiche. E forse non basta nemmeno a noi. Ma qui si tratta di decidere: o Prodi o il patto del Nazareno. O Prodi o il Renzusconi. Una terza via al momento non c’è. Anche perché Bersani, con la sua caotica e tremebonda gestione del voto che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano, ha dimostrato di non avere gli attributi richiesti a chi deve rappresentare l’unità della Nazione. Chi vota per le Quirinarie, secondo noi, è bene che ne tenga conto.