Tre “nulla di fatto” consecutivi in poco più di una settimana: il pacchetto anti-terrorismo in Consiglio dei ministri non riesce proprio ad approdare. Il vertice di governo che mercoledì avrebbe dovuto varare il decreto è saltato. Il motivo: ci sono le consultazioni per l’elezione del presidente della Repubblica, filtra da Palazzo Chigi. Ma le consultazioni non avvengono certo a sorpresa. Si tratta di un appuntamento in calendario da tempo. E allora si infittiscono le voci su misure non da tutti condivise presenti nel testo: in particolare, quelle che danno più poteri agli 007 e la Procura nazionale antiterrorismo. Misure – è stata alla fine la valutazione della presidenza del Consiglio – sulle quali è bene che a porre la firma sia il nuovo capo dello Stato eletto e non il ‘supplente’ Pietro Grasso.

Martedì pomeriggio si è riunito regolarmente il pre-Consiglio dei ministri, alla presenza dei tecnici dei ministeri coinvolti e del capo del legislativo della presidenza del Consiglio, Antonella Manzione. Ed il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, in visita a Rabat, aveva assicurato che “c’è grande attenzione del Governo sul rischio di ritorno dei foreign fighter e domani (mercoledì, ndr) il Consiglio dei Ministri varerà le nuove misure in questa direzione”. Ma nel pomeriggio è arrivato il nuovo stop da Palazzo Chigi, che ha preso in mano la gestione del pacchetto. Se ne parlerà dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Il premier Matteo Renzi aveva infatti dato l’ok all’uso dello strumento del decreto per fare entrare subito in vigore le norme. Colloqui c’erano stati anche con lo stesso Grasso che avrebbe dovuto sottoscriverlo. Sarà tuttavia il nuovo capo dello Stato a valutare l’esistenza dei requisiti di “necessità” ed “urgenza“.

All’inizio era un disegno di legge predisposto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano sulla spinta della minaccia dell’Isis. Un testo agile, pochi articoli che miravano a colpire le modalità emergenti della minaccia jihadista: foreign fighter e lupi solitari. Ecco quindi pene fino a dieci anni di carcere per chi va a combattere nei teatri di guerra, sorveglianza speciale e ritiro del passaporto per i sospetti, giro di vite sui precursori degli esplosivi, stretta sui siti web.
Dopo i fatti di Parigi, però, il testo si è alquanto ampliato. E’ maturata l’idea di istituire di una Procura nazionale antiterrorismo, da inserire nella struttura della Direzione nazionale antimafia. Il sottosegretario con delega ai servizi segreti, Marco Minniti, da parte sua, ha messo in cantiere un potenziamento dell’intelligence: oltre a stanziamenti straordinari per nuove assunzioni e tecnologie (circa 10 milioni di euro), anche novità normative come l’allargamento delle garanzie funzionali (commettere reati dietro autorizzazione) per gli 007, possibilità di fare colloqui in carcere, rilascio del permesso di soggiorno alle fonti dei servizi. Punti che hanno fatto storcere il naso a più d’uno nella maggioranza e nella magistratura. E che hanno suggerito di non alimentare ulteriori tensioni alla vigilia dell’elezione del capo dello Stato.

Inoltre, il decreto avrebbe dovuto contenere anche il rifinanziamento delle missioni militari, con all’interno il ripristino dei 4.250 militari da impiegare nell’operazione Strade Sicure a fianco delle forze dell’ordine (con la legge di stabilità il contingente dall’1 gennaio è sceso a 3.000 unità). In questo caso appariva una forzatura mettere insieme missioni e terrorismo in un unico decreto. Ora probabilmente le strade dei due provvedimenti si separeranno. E, per quanto riguarda le misure anti-terrorismo, nei prossimi giorni ci sarà un’ulteriore riflessione: per quelle meno controverse è probabile che al primo Consiglio dei ministri utile ci sarà un decreto. Per le altre potrebbe essere seguita la via del disegno di legge.