Trieste, non solo “spari in testa”. Tutto il peggio del sindaco Roberto Dipiazza, tra insulti, gestacci e saluti romani
“Se lanciano bombe carta nella mia città, allora io gli sparo in testa”. L’ultima uscita del sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, dopo gli scontri tra manifestanti e polizia del 6 novembre, ha provocato richieste di scuse o dimissioni. Ma non è certo la prima volta che il primo cittadino di Forza Italia finisce al centro delle polemiche. Tra insulti, gestacci e saluti romani, il suo curriculum delle provocazioni è ormai piuttosto lungo.
L’episodio più recente risale a settembre. Attaccando gli ambientalisti contrari al progetto di riqualificazione del Porto Vecchio, Dipiazza si lasciò andare a un “Politicanti di merda, spero possano morire”. Salvo poi assicurare di non aver augurato la morte “a nessuno”, che intendeva augurare a chi ha provocato un danno alla città di subirne le conseguenze. Scorrendo l’album del longevo sindaco di Trieste – è al suo quarto mandato – ci sono anche momenti in Consiglio comunale: a dicembre 2025, rivolgendosi alla consigliera del M5s Alessandra Richetti, aveva dichiarato: “Non mi sono mai fatto comandare da una donna, tanto meno da te”.
Neppure la segretaria del Pd Elly Schlein è stata risparmiata. La scorsa Epifania il sindaco ha pubblicato sui social un fotomontaggio che la raffigurava come una befana, con tanto di auguri. Un anno fa, invece, aveva definito i giornalisti della Tgr Rai Friuli-Venezia Giulia “schifosi sinistri”. Una replica del 2024, quando aveva definito la redazione “covo di sinistri”. Nel maggio 2022, commentando le denunce di molestie durante l’adunata degli Alpini, aveva minimizzato gli apprezzamenti rivolti alle donne: “Quando vediamo passare una bella ragazza, cosa pensiamo? Siamo maschi”. Al movimento Non Una Di Meno aveva riservato un “tutta gentaglia”. Nel 2016 suscitò polemiche la frase “Noi non siamo a Napoli, siamo a Trieste”. Nell’ottobre dello stesso anno dispose la rimozione dal municipio dello striscione “Verità per Giulio Regeni”, accusando il Pd di “sciacallaggio politico” e aggiungendo di essersi tolto così “il dente cariato”.
Dalle parole ai gesti. Nel maggio 2019, durante una partita di basket tra Trieste e Cremona, fu fotografato sugli spalti mentre mostrava entrambi i diti medi a un giocatore avversario. In seguito rivendicò di aver esercitato “pressione psicologica”, di essersi comportato “da tifoso”. Nel febbraio 2017, durante la diretta televisiva di Ring, aveva invece alzato il braccio in un saluto romano, accompagnandolo con “A noi”. Quando il conduttore gli fece notare che erano in diretta, replicò semplicemente che si tratta di “un saluto”. Dieci anni fa, durante una trasmissione televisiva utilizzò il termine “negro” per raccontare di aver affrontato un venditore ambulante che secondo la ricostruzione aveva minacciato una donna. L’ultima dichiarazione sugli “spari alla testa” ha riaperto lo scontro con le opposizioni. Un nuovo capitolo di una lunga serie di polemiche, questa volta mentre la città discute delle responsabilità politiche nell’accoglienza e piange la morte di due giovani.