Urgenti, urgentissime, ma non troppo. Le norme anti-terrorismo di cui il governo parla da mesi non sono arrivate in Consiglio dei ministri neanche questa volta: la riunione prevista per le 16, in cui si sarebbe dovuto discutere del pacchetto studiato dai ministeri di Interno e Giustizia, è stata rinviata a mercoledì 28 gennaio. Tutto ciò nonostante le decine di annunci inanellati dai dicasteri competenti e gli attentati di Parigi del 7 gennaio, con il nuovo stop che arriva proprio nel giorno in cui il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, lancia un nuovo allarma da Londra: “Esiste notevole rischio infiltrazioni dall’immigrazione“. Settembre-gennaio: 5 mesi in cui il governo non ha perso occasione per ribadire l’urgenza apposite misure per contrastare il fenomeno dei foreign fighter e dotare le autorità di strumenti più duttili e di rapido utilizzo. Cinque mesi che forse nemmeno basteranno.

Senza tornare troppo indietro nel tempo, della necessità di rafforzare gli strumenti a disposizione delle autorità si parlava già a settembre, quando la batteria di annunci cominciava tambureggiante. Il 9 settembre 2014, in un’informativa alla Camera, il ministro Alfano sottolineava l’urgenza di “rafforzare gli strumenti legislativi contro la minaccia dei jihadisti andati combattere in teatri di guerra come la Siria” (Ansa, 9 settembre 2014). Concetto ribadito due giorni dopo durante la trasmissione Diciannovequaranta su La7 (Ansa, 11 settembre). In un’intervista al Corriere della Sera, il 15 settembre Alfano annunciava, sventolando persino lo spettro dell’attacco al World Trade Center del 2001: “Norme antimafia contro gli jihadisti”, per poi precisare il 24 settembre in audizione alla Camera: “Di fronte alla minaccia dell’Isis, “paragonabile solo a quella di Al Qaeda dell’11 settembre, non si può trascurare ogni segnale di pericolo, e credo che l’introduzione di norme penali e di prevenzione potrà aiutarci a fronteggiare cellule che vogliono fare attentati” (Ansa, 24 settembre).

Due giorni dopo il capo del Viminale annunciava a Radio 24: “Abbiamo inviato una lettera ai prefetti e proporrò al Governo l’ approvazione di norme per rafforzare il contrasto al terrorismo” (Ansa, 26 settembre). Settantadue ore più tardi Alfano andava oltre, spiegando di avere pronte “norme molto severe” e di “essere pronto a portarle di fronte a governo e Parlamento” (Ansa, 29 settembre). Così pronto in realtà il ministro non era, visto che a fine novembre tornava ad annunciare: “Portero’ presto in Consiglio dei ministri una nuova legge per contrastare il terrorismo internazionale” (Ansa, 27 novembre).

Sulla questione, si tornava poi a sonnecchiare fino al brusco risveglio della strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio. Due giorni dopo, nella sua informativa alla Camera Alfano annunciava per l’ennesima volta nuove misure contro “la nuova minaccia rappresentata dal terrorismo molecolare, il terrorista ‘home made’ che si radicalizza, si addestra, magari da solo sul web, senza appartenenza a reti strutturate” (Ansa, 9 gennaio). Il 13 gennaio il ministro scandiva solenne a Ballarò: “Abbiamo già pronto un testo, precedente ai fatti di Parigi” e sono “pronto a portare le misure al prossimo Consiglio dei ministri, credo che Renzi sia d’accordo perché ne abbiamo parlato” (Ansa, 13 gennaio).

Ma Renzi non doveva essere così d’accordo: il 19 gennaio il governo faceva sapere che le norma sarebbero state discusse nel Cdm del giorno successivo, cosa che invece non è accaduta: nel comunicato finale della riunione non ve n’è traccia. Il giorno stesso Andrea Orlando, Ministro della Giustizia, univa la propria voce a quella del collega all’Interno: “La crescente minaccia del terrorismo pone obbligo di un rafforzamento degli strumenti di prevenzione e repressione” ed è “ineludibile introdurre nuove misure per rendere selettivi e stringenti i controlli sui materiali che potrebbero essere usati per attentati e sulle misure contro gli stranieri combattenti”.

Sembrava ormai fatta: “Il pacchetto antiterrorismo andrà in consiglio dei ministri giovedì prossimo”, 22 gennaio. Nulla di fatto anche questa volta: il Cdm viene sconvocato e fonti di governo sottolineano che la parte del decreto che riguarda le missioni internazionali sarebbe ancora in via di definizione. In questo momento, si sa, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica è la partita più importante e il terrorismo e le nuove norme per contrastarlo possono aspettare.