Carmen Consoli è tornata. Questa sarebbe di per sé una buona notizia. Ma lo è ancora di più perché, a distanza di un lasso di tempo che in discografia potrebbe essere assimilato a un’era geologica, Carmen Consoli è tornata con un album che è alla Carmen Consoli al 100%, quindi privo di incoerenze, dotato di estrema classe, in due parole: un gioiello. Un gioiello che, geograficamente, si trova esattamente nel guado che divide certo pop di matrice anglosassone dalla musica tradizionale della sua Sicilia, un guado piacevole a prescindere dalla lunga attesa che ce l’ha fatto sospirare fin quasi alla disperazione.

L’abitudine di tornare non è un album che ci dice qualcosa di nuovo, in musica, e in anni di rivoluzioni non sempre gradevoli da assimilare, non possiamo che compiacercene. E’ a suo modo volutamente carmenconsoliano, un classico. Dieci canzoni, forse un po’ troppo poche visti i sospiri di cui sopra, ma dieci canzoni dal peso specifico consistente e prezioso. A partire dal brano d’apertura, quello che regala il titolo al tutto e che già avevamo sentito, sferzante nel testo, quanto rassicurante nell’incedere. Così è nell’insieme il lavoro, parole ricercate, mai fuori posto, che si tratti parlare di mafia in Esercito silente (Chissà se il buon Dio perdonerà Palermo, si interroga cantando la nostra), o, sempre per rimanere a temi d’attualità nella sua Sicilia, degli sbarchi dei clandestini in La notte più lunga, passando per la devastante crisi che sta letteralmente strozzando la classe media del nostro paese, in E forse un giorno, o di femminicidio in La signora del quinto piano.

Alternando il tutto a brani più intimi, come la bellissima Ottobre, storia di amore omosessuale tra due ragazze adolescenti, forse il brano migliore della covata, inno all’accettazione di sé, l’ironica Sintonia imperfetta, in cui è l’abitudinarietà di un rapporto a farla da padrona (pari, in quanto a ironia musicale, al quadretto agghiacciante de La signora del quinto piano), la romantica Oceani deserti, scritta a quattro mani con l’amico Max Gazzè, fino al brano dedicato a uno dei buoni motivi per cui Carmen è stata lontana dalle scene, suo figlio Carlo Giuseppe, nato un paio d’anni fa, cui è dedicata Questa piccola magia, ballad consoliana nella quale, per pochi istanti, la nostra guarda alla realtà con occhi meno impietosi di quanto non faccia nel resto di questo lavoro.

Perché L’abitudine di tornare è una fotografia cristallina dell’Italia d’oggi, e la fotografia che Carmen Consoli ci mostra è quella di un paese in caduta libera, in cui non solo non è facile e bello vivere, ma in cui è forse solo l’ironia, a volte a rischio cinismo, la sola via d’uscita possibile. Diciamo che, in tempi bui per la discografia italiana, buissimi, L’abitudine di tornare fa il felice paio con Il padrone della festa del trio Fabi Gazzè Silvestri, un altro lavoro destinato a rimanere, a lasciare un segno, seppur nella classicità del suo linguaggio, nel rifarsi più alla tradizione che alla contemporaneità, per quel che concerne suoni e stilemi, una certezza di chi è tornata solo nel momento in cui ha avuto qualcosa di importante da dirci.