Qualche settimana fa vi ho raccontato la favoletta delle 51 navi della Marina militare che avrebbero dovuto essere radiate entro un decennio. Un favoletta venduta anche al Parlamento che su questa base ha autorizzato la spesa di ben 5,8 miliardi (poi diventati 5,4 per via di tagli vari) per la costruzione di nuove navi da guerra mascherate, a sentire il capo di Stato maggiore della Marina ammiraglio De Giorgi, da nursery et similia. Vorrei ricordare, a chi ancora non si fosse abituato agli euri, che 5,8 miliardi sarebbero undicimilaseicento miliardi delle lire ancien régime. Giusto per capire di quale gigantesca massa di denaro stiamo parlando.

Non ci sarebbe voluto molto alle Commissioni parlamentari che hanno esaminato questo programma di riarmo degno di una marina con velleità imperiali, a capire che si trattava di una gigantesca bugia. In verità, un dubbio deve essere venuto anche al relatore, il deputato Pd Gian Piero Scanu, se ha condizionato il parere favorevole alla consegna da parte dello Stato maggiore di una lista dettagliata delle navi che sarebbero uscite dal servizio. Lista che, per quanto ne so, non è mai arrivata al Parlamento. E in ogni caso, diciamocelo, è il triste segno di tempi confusi se una commissione parlamentare anziché esercitare le sue prerogative chiede sommessamente che per favore le facciano vedere un elenco. D’altronde, non è solo don Abbondio che “il coraggio, uno non se lo può dare”.

Se fosse stato vero l’assunto di partenza, cioè 51 navi da mettere fuori servizio entro un decennio, ci saremmo ritrovati praticamente senza Marina. Se fosse stato vero. Perché, come ho spiegato nel mio post citato prima, l’affermazione non poteva essere vera. Anzi, era semplicemente falsa. Stavolta a dircelo non è quel pacifista imbelle del De Marchi (in realtà non sono né pacifista né imbelle, ma questo non è rilevante) bensì la Corte dei conti. Un’indagine, pubblicata il 30 dicembre 2014, dall’impegnativo titolo “Processi di razionalizzazione e valorizzazione degli arsenali militari gestiti dal Ministero della difesa” riporta infatti l’elenco delle navi militari che usciranno dal servizio da qui al 2030. Un elenco elaborato dagli autori della relazione sulla base di dati (udite, udite) dello Stato maggiore della Marina. Cioè dati certificati, provenienti dagli stessi uffici che hanno fornito al Parlamento il terrificante numero di 51 navi in via di radiazione.

Sulla base di questi elenchi (sono alle pagine 72 e 73 del rapporto per chi volesse vedere con i propri occhi) le navi che usciranno dal servizio entro il 2024 saranno ventidue: nove della base di La Spezia, otto di Taranto e cinque tra quelle di base ad Augusta. Ventidue. Per arrivare a 51 ne mancano nientemeno che 29. Siamo generosi, consideriamo anche le uscite dal servizio previste per il 2025: sono altre tre. Fa dunque venticinque. Meno della metà rispetto alle impossibili 51. Venticinque che, badate bene, comprendono anche sette cacciamine da circa 500 tonnellate di dislocamento la cui sostituzione non è per ora prevista dall’imperiale piano di nuove costruzioni. Ma non importa: mettiamoci anche questi.

Dunque il Governo è andato alla Camere per chiedere dei soldi, tanti soldi, sulla base di informazioni errate. Scusate: false. Non è stato un errore, perché i dati pubblicati nella relazione della Corte dei conti sono stati elaborati più o meno in contemporanea alla richiesta parlamentare. È stato dunque scritto un falso a uso e consumo del Parlamento italiano. Uno dei tanti a cui ci ha abituati questo Governo al gaudente servizio di svariati poteri, da quelli alle Cayman fino a quelli di Detroit senza dimenticare l’altro che si annida nelle campagne brianzole.

D’altronde quella delle bugie è una prassi consolidata nel rapporto tra Difesa e Parlamento. Basterà ricordare il cumulo di disinformazioni che è la vicenda F-35. Una pratica alla quale l’attuale ministro Pinotti non si è certo sottratta come dimostra la penosa vicenda dell’ordine del giorno parlamentare sul taglio del 50 per cento allo stesso programma F-35. E come quest’ultima storia del programma navale plasticamente ci conferma. D’altronde la Fincantieri è il collegio elettorale della Pinotti. Che sarà una bugia in più o in meno se la sola cosa che conta è essere rieletti? E adesso? Ci potete scommettere: non succederà nulla. I parlamentari che hanno entusiasticamente sostenuto il programma di riarmo imperiale della Marina faranno finta di non aver sentito e continueranno a farsi allegramente raccontare bugie. Purtroppo qui neppure se ci fosse un giudice a Berlino si potrebbe fare qualcosa perché anche i mugnai di Potsdam sembra non ci siano più.

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