L’amministrazione di Barack Obama apre definitivamente le porte alle esportazioni di petrolio dagli Stati Uniti, mettendo fine a quarant’anni di divieti iniziati ai tempi della crisi energetica del 1973. Secondo quanto riporta l’agenzia Reuters il Bureau of industry and security del dipartimento del Commercio, che la scorsa primavera aveva autorizzato con lettere riservate la Pioneer natural resources e la Enterprise products partners a esportare piccole quantità di greggio condensato, martedì ha diffuso una lista ufficiale di “domande e risposte” in cui chiarisce quali varietà di idrocarburi possono essere vendute e spiega che la maggior parte dei prodotti può essere inviato oltreconfine senza bisogno di particolari licenze.

Un passo avanti cruciale, secondo gli analisti, perché la liberalizzazione spingerà le trivellazioni di shale oil e potrebbe contrastare in modo efficace la strategia dei Paesi Opec e in particolare dell’Arabia Saudita, intenzionata a non muovere un dito per contrastare il calo dei prezzi del barile proprio con l’obiettivo di mandare fuori mercato i produttori statunitensi. I cui costi di estrazione sono molto più alti di quelli mediorientali e diventano difficili da sostenere a fronte di quotazioni che dalla scorsa estate sono stabilmente sotto i 60 dollari al barile. Tanto che molti produttori stanno già tagliando gli investimenti e iniziano ad essere in affanno nel rimborsare i prestiti ricevuti per avviare le trivellazioni “non convenzionali”.

Ora la mossa del governo Usa, stima un rapporto di Citigroup, farà crescere l’offerta di petrolio destinato all’esportazione fino a 1 milione di barili al giorno entro la fine del 2015, contro i 200mila barili al giorno disponibili in questo momento. In questo quadro, ad essere sempre più rischio sono i grandi produttori di petrolio di qualità simile a quello statunitense da rocce scistose. A partire dalla Nigeria, che ha già visto il suo export verso gli Stati Uniti crollare da oltre 1 milione di barili al giorno a zero.