Meno male che il governo intendeva potenziare i contratti di solidarietà. Se infatti agli albori del Jobs Act il proclama era questo, i fatti vanno in un’altra direzione. O, almeno, in quella di un depotenziamento dei cuscinetti a favore dei lavoratori coinvolti nell’ammortizzatore più in voga negli ultimi anni della crisi: secondo i dati della Cgil, nel 2013 ne hanno hanno fatto richiesta 1.977 aziende in Italia, una cifra aumentata del 25% nel giro di due anni. Complice il fatto che il raggiungimento di un’intesa con i dipendenti è relativamente più facile di quando sono in gioco altre misure più estreme. Anche perché buona parte del salario perso, a fronte delle ore lavorate in meno da tutti i dipendenti per evitare licenziamenti, viene restituita ai lavoratori. Ma la percentuale recuperata si va sempre più assottigliando, proprio mentre le aziende che ricorrono ai contratti di solidarietà stanno aumentando a vista d’occhio.

L’ultimo taglio è arrivato con il Milleproroghe varato dal governo il 24 dicembre scorso, nel quale non c’è traccia di una proroga del contributo aggiuntivo, pari al 10% del reddito perso, su cui hanno potuto contare finora i lavoratori in solidarietà. L’anno prima, invece, il “rimborso” era stato confermato nella legge di Stabilità del governo Letta, ma dimezzato appunto al 10 dall’originario 20% stabilito nel 2009 quando era stato istituito con un decreto che stanziava il denaro necessario attingendo al Fondo sociale per l’occupazione e formazione, parte dello stato di previsione del ministero del Lavoro. Di conseguenza, salvo un nuovo passo indietro in fase di conversione in legge, i lavoratori in solidarietà d’ora in poi avranno indietro, dall’Inps o dalle relative casse di previdenza private, solo il 60% del salario perduto per la riduzione delle ore lavorate e non il 70% come avveniva nel 2014 o l’80% come accaduto dal 2009 al 2013.

Come è noto il contratto di solidarietà può essere applicato da società in crisi per evitare i licenziamenti “spalmando” sulla totalità dei dipendenti la riduzione dell’orario di attività necessaria all’azienda. Di conseguenza tutti guadagnano un po’ meno, proporzionalmente al numero di ore di mancato impegno. La legge prevede però che in caso di ricorso al contratto di solidarietà cosiddetta “difensiva”, cioè appunto quella chiesta da società in crisi e con l’obiettivo di non ridurre l’organico, il 60% del reddito perso sia “restituito” dall’istituto di previdenza, per evitare un’eccessiva penalizzazione del lavoratore. Con il crescere della “popolarità” dell’ammortizzatore, poi, era stata appunto prevista l’integrazione di cui era atteso il rinnovo che invece il governo Renzi non ha concesso.

Una mossa che si spiega evidentemente con la mancanza di risorse, visto che i primi interventi dell’esecutivo sul mercato del lavoro avevano al contrario riconosciuto ulteriori alleggerimenti fiscali per chi avesse fatto ricorso ai contratti di solidarietà. La scorsa primavera, nel cosiddetto “decreto Poletti” (quello che permette tra l’altro di stipulare contratti a termine di durata triennale senza indicare la causa), il ministro del Lavoro aveva in particolare disposto un aumento dal 25 al 35% degli sgravi contributivi a cui hanno diritto, per i lavoratori interessati da una riduzione dell’orario superiore al 20%, i datori di lavoro che lo sottoscrivono. E aveva reso strutturali gli stanziamenti ad hoc, fissandoli in 15 milioni l’anno a partire dal 2014.