La nuova legge che secondo il governo dovrebbe “far decollare le imprese sociali” non c’è ancora, ma già suscita dubbi e perplessità tra gli addetti ai lavori. Che aspettano il 30 giugno, quando in Consiglio dei ministri approderà il ddl delega in cui si sono concretizzate le linee guida della riforma del terzo settore di Matteo Renzi. Ma nel frattempo si chiedono chi vigilerà sui requisiti di queste organizzazioni senza scopo di lucro, le imprese sociali appunto, che svolgono attività come l’assistenza socio-sanitaria e l’inserimento nel mondo del lavoro di persone svantaggiate. La “vecchia” Agenzia per il terzo settore, infatti, ha chiuso i battenti nel 2012. Quindi un’autorità ad hoc andrebbe messa in piedi da zero. Con il rischio di creare il solito carrozzone. Ma non si scappa: senza controlli diventerebbe improponibile allargare anche alle imprese sociali, come prevede la bozza Renzi, le agevolazioni fiscali e i benefici di legge “riconosciuti alle diverse forme del non profit”. E sarebbe esposto ad abusi anche il fondo pubblico da 500 milioni di euro dedicato a finanziare queste organizzazioni. Fondo, peraltro, che stando alla slide numero 31 della conferenza stampa sulla “svolta buona” avrebbe dovuto nascere “dal 1 giugno”. Mentre per ora non ce n’è traccia. Così, come ogni volta che servono soldi freschi, qualcuno ha già iniziato a chiamare in causa la Cassa depositi e prestiti. Un documento presentato il 19 giugno a Londra dalla task force del G8 sugli investimenti “ad alto impatto sociale” guidata da Giovanna Melandri individua proprio Cdp, insieme alle fondazioni bancarie, come soggetti che potrebbero essere coinvolti nella creazione di un veicolo di investimento ad hoc.

Oggi solo 800 imprese sociali su 32mila potenziali – La legge attuale, il decreto 155 del 2006, è stata un mezzo flop. Perché ha fatto nascere nemmeno 800 imprese sociali, una goccia nel mare se si pensa che la platea delle realtà potenzialmente interessate a diventarlo è di oltre 32mila tra cooperative sociali, associazioni, fondazioni ed enti con un’attività commerciale, anche se “non prevalente”. Può trattarsi di enti che si occupano di tutela ambientale o turismo sostenibile. Ma anche cooperative che gestiscono un ristorante o una produzione artigianale impiegando persone disabili, ex detenuti o altre categorie di lavoratori che la normativa definisce “svantaggiati”. E la riforma Renzi prevede anche l’allargamento dei campi di attività consentiti: molto probabilmente vi rientreranno il commercio equo-solidale e “nuove frontiere” come l’housing sociale e il microcredito.

L’obbligatorietà e il nodo dei controlli – Se il ddl delega ricalcherà le linee guida presentate a maggio, da ora in poi tutto questo universo dovrà indossare obbligatoriamente l'”abito” dell’impresa sociale. Non sarà più una scelta: tutte le imprese sociali di fatto dovranno registrarsi come tali. Può sembrare un tecnicismo, visto che non ci saranno costi aggiuntivi. Ma il punto è che insieme a quella qualifica, stando alla bozza Renzi, arriveranno in automatico sgravi fiscali e la possibilità di accedere a fondi pubblici. E’ per questo che per Paola Menetti, presidente di Legacoopsociali, la preoccupazione numero uno è quella legata ai controlli: “Ben venga che le coop sociali diventino tutte, di diritto e senza necessità di modifiche statutarie, altrettante imprese sociali. Ma chi e come andrà a guardare se la singola organizzazione ha i requisiti e li mantiene nel tempo? Oggi le nostre associate sono soggette a una revisione annuale, mentre ci risulta che molte delle imprese sociali esistenti non presentano nemmeno il bilancio sociale”. E Flaviano Zandonai, segretario generale dell’Associazione italiana degli istituti di ricerca sull’impresa sociale (Iris network), critica l’obbligatorietà tout court: “Si rischia di trasformare quella che dovrebbe essere una libera scelta in un formalismo”, spiega. “Meglio introdurre più incentivi e fare un lavoro di promozione, coinvolgendo anche l’agenzia delle Entrate e i Comuni che siglano con questi enti contratti di fornitura di beni o servizi”. 

E spunta anche la facoltà di distribuire dividendi – La vera urgenza, comunque, è stabilire chi farà le verifiche. Tanto più se si considera che la nuova legge dovrebbe prevedere anche un (parziale) allentamento dei vincoli alla distribuzione di dividendi. Tradotto: oggi le imprese sociali sono tenute a reinvestire tutti gli eventuali avanzi di gestione nell’attività che svolgono, un domani invece potranno pagare una cedola, pur se calmierata, agli azionisti. L’universo dell’imprenditoria sociale è unanime nel ritenere questa mossa “indispensabile” per attirare investitori interessati a finanziare il sociale: per esempio fondi pensione, fondazioni o imprenditori-filantropi alla Bill Gates. Ma si tratta evidentemente di un terreno scivoloso, come dimostrano i tanti casi di commistione impropria tra business e attività non lucrative. Denunciati anche dal sociologo Giovanni Moro nel saggio Contro il non profit

La richiesta della onlus: “Ampliare la definizione dei soggetti svantaggiati” – Ma qual è il giudizio di chi, tra poco, potrà dover trasformare la propria onlus in un’impresa sociale? “Ben venga una legge che utilizza la leva fiscale per sostenere sociale e non profit, ma penso che per costruire un ecosistema robusto di imprenditoria sociale serva ben altro”, risponde Ugo Bressanello, presidente di fondazione Domus de Luna e di Domus de Luna servizi onlus. Quest’ultima è un’impresa sociale di fatto, perché gestisce, tra l’altro, un ristorante e b&b in cui lavorano mamme e ragazzi reduci da situazioni di disagio famigliare. “Per prima cosa occorre ridurre il peso della burocrazia. Ma per noi l’intervento più utile sarebbe l’ampliamento della platea dei lavoratori svantaggiati. Oggi i ragazzi che escono dalle comunità di accoglienza non sono riconosciuti come tali, per cui chi li assume non ha alcuna agevolazione contributiva. Eppure basterebbe recepire la normativa europea, molto più avanzata”. 

Ora non resta che stare a vedere come le proposte governative si tradurranno in un testo di legge. Sullo sfondo resta un dubbio, ammette Zandonai: “Qualcuno avrà davvero letto gli oltre 700 contributi inviati al governo durante la fase di consultazione?”​. Molti enti avevano chiesto che fossero resi pubblici, per poter verificare quanto abbiano inciso sulle decisioni finali dell’esecutivo. Ma sul sito di Palazzo Chigi continua a campeggiare solo il file con le linee guida.