La richiesta è chiara: “L’Inpgi si costituisca parte civile nel processo contro i Magnoni”. Unità sindacale chiede “per quale motivo, di fronte a una truffa che secondo gli inquirenti è accertata e per la quale l’Inpgi è parte lesa, il Consiglio di amministrazione del nostro Istituto di previdenza non abbia ancora ritenuto di deliberare la costituzione di parte civile al processo. Una mossa che permetterebbe, in caso di condanna, di avere un pronunciamento molto veloce e certo sulla richiesta di danni e, in ogni caso, di accedere da subito a tutte le carte del procedimento penale a carico degli imputati. Una decisione che apparirebbe naturale e logica in qualsiasi organizzazione. E che sarebbe di tutela reale degli iscritti”.

Secondo la corrente sindacale nell’ultima riunione del Cda dell’Inpgi si è discusso “dell’ipotesi di procedere con una causa civile solo nel caso di richiesta di patteggiamento da parte degli imputati. Insomma: se i Magnoni si dichiareranno colpevoli, e solo allora, il cda si convincerà che l’Istituto è stato davvero truffato e chiederà i danni. Ma dovendo procedere, appunto, con una nuova, lunga e incerta causa civile. Fino ad allora, le bocce resteranno ferme”.

Interpellato dal Fatto.it Franco Siddi, segretario generale della Fnsi e in quanto tale consigliere Inpgi, spiega che il tema non è stato discusso, ma che durante la riunione è stata posta una domanda sulla questione: “Quando arriveranno gli atti che identifichino l’istituto come parte lesa, l’Inpgi si costituirà parte civile. Ma il tema è in capo all’Inpgi e nelle sue sedi saranno valutati gli atti, se ci saranno”. Nell’inchiesta è indagato il presidente dell’Inpgi Andrea Camporese e allo stato la Procura di Milano non ha chiuso le indagini relative alla truffa e di conseguenza l’Istituto avrà tempo fino alla prima eventuale udienza per decidere di entrare nel processo ed eventualmente chiedere un risarcimento danni.

Per il pm Gaetano Ruta Camporese ha aiutato la Sopaf, la società dei Magnoni, a incassare 7,6 milioni di euro perché le quote Fip (fondo immobili pubblici), pagate dall’ente di previdenza 140mila euro l’una, in realtà ne valevano 100mila. Camporese, che secondo quanto accertato dal pm, era stato ufficialmente messo in guardia dai suoi stessi uomini interni, si è difeso sostenendo che non c’è stato “accordo occulto o sotterfugio”.

Intanto per il filone principale dell’inchiesta, quello che riguarda la bancarotta Sopaf, il giudice per le indagini preliminari dei Milano Alessandro Sant’Angelo ha respinto la richiesta di patteggiamento di Giorgio e Luca Magnoni, rispettivamente a 3 anni e 10 mesi e 2 anni e 10 mesi, ritenendo la pena incongrua. Di consegna è stato emesso un decreto di giudizio immediato e gli imputati sono stati rinviati a giudizio davanti ai giudici della I sezione penale del Tribunale di Milano.