I metrò milanesi e tutte le infrastrutture ipogee di Milano, che si sono sviluppate a partire dal dopoguerra in poi, con la crescita esponenziale del consumo di sottosuolo negli ultimi trent’anni, fanno da tempo i conti con una falda sempre più in superficie. L’acqua di Milano è buona e dolce, ma i conti sono salati.

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Una storiella milanese come tante? Sì, ma non è solo questo. È una vicenda quasi paradossale che esprime l’incapacità culturale dell’Italia moderna e della sua città simbolo di confrontarsi in modo intelligente con l’ambiente. E proprio nei suoi elementi fondamentali: terra e acqua. L’incapacità di prevedere, prima, e provvedere poi.

iliade brembanaLa storia inizia alla metà dell’800. La racconta un bel libro scritto da uno scienziato dell’epoca, Antonio Stoppani, con stile ameno e vivace. Il titolo spiega già tutto: L’Iliade Brembana, ossia Difesa del progetto adottato dal Consiglio comunale di Milano per l’introduzione dell’acqua potabile (1883). Una vicenda NoTav ma d’epoca, 140 anni fa, quando i Bergamaschi si opposero fieramente al progetto dei milanesi di derivare le acque potabili dal fiume Brembo. E nonostante le savie considerazioni di economia pubblica che produsse l’insigne geologo per blandire l’ira ambientale dei brembani, Milano decise infine di usare la falda per alimentare l’acquedotto; e fu la sua fortuna: da allora Milano ha uno dei sistemi più efficienti al mondo con costi tra i più bassi d’Europa. Dai 7 miliardi di litri prodotti nel 1900 si passò a 107 nel 1930 e a 336 nel 1970. Così il livello della falda iniziò a scendere e lo fece sempre più rapidamente fino a che…

Oggi si prelevano circa 220 miliardi di litri all’anno, il 35% in meno che nel 1970. Nel frattempo, tutte le industrie idrovore del nord Milano, industrie pesanti che ne consumavano in proprio almeno altrettanta, sono state chiuse. Ecco perchè dal 1990 la falda si alza con una velocità fino a mezzo metro all’anno e, prima o poi, ritornerà ai livelli di fine ‘800. Quando era profonda meno di tre metri nella zona sud e affiorava lungo la linea delle risorgive, dove sorgevano le abbazie medioevali.

Così l’acqua sale. Nonostante ci siano quasi 50 pozzi depressione falda del Comune, attivi dal 1999 in poi, che succhiano circa 1000 litri d’acqua al secondo per riversarla in fogna: una quantità che è quasi la metà della capacità massima della costosa e inutile via d’acqua prevista da Expo 2015. Nonostante la miriade di infrastrutture ed edifici sotterranei che pescano e buttano in continuo per difendere l’agibilità i loro antri. Nonostante sia stata installata una caterva di pompe di calore; e molte di loro riversino in fogna le acque prelevate.

Il canale sotterraneo progettato da Metropolitana Milanese per difendere Milano dalle ricorrenti alluvioni del Seveso avrebbe anche dovuto difendere i metrò e le altre opere ipogee dall’innalzamento del livello della falda freatica, risparmiando i costi dei pozzi depressione falda, un po’ patetici. Il progetto era stato auto-finanziato dall’amministrazione Albertini, ma quella successiva ha usato i soldi altrimenti. Insomma una soluzione un po’ più seria l’avevano trovata, ma per qualche buona ragione è convenuto a tutti dimenticarla.

La falda di Milano è un simbolo della mancata la capacità di prevedere. E qui non parliamo delle follie del meteo, ma di imparare dalla storia di una città sorta su una terra intrisa d’acqua. Ma anche un esempio di incapacità di provvedere: non mancano le soluzioni, anche semplici, ma latitano le volontà politiche di realizzarle. Come a Genova, dove lo scolmatore di piena atteso da 43 anni non è stato ancora realizzato. Ora, dopo le due alluvioni in tre anni che quest’opera avrebbe evitato, sembra che la si farà, spinti dall’impegno di comitati civici, associazioni ambientalistiche, scienziati e di un sindaco che ha riflettuto. E dall’indignazione della gente.