“Non avremmo mai potuto immaginare quello che sta accadendo, si materializzano i nostri incubi peggiori. E nei prossimi giorni penso che la situazione sarà paragonabile al periodo più difficile del 2008″. Parola di Serghiei Shvetsov, primo vice governatore della Bank of Russia, che martedì ha ammesso l’evidenza: l’economia dell’Orso russo è all’angolo. Il picco negativo del prezzo del petrolio e il conseguente crollo del valore del rublo, sommati agli effetti delle sanzioni internazionali, stanno affossando l’economia di Mosca. Gli interventi di politica monetaria adottati per contrastare la tendenza non funzionano. Anzi, martedì la valuta locale ha toccato un nuovo minimo: per comprare un euro servono ormai 100 rubli e per un dollaro ne occorrono 80. Mai nella storia il cambio con il biglietto verde aveva superato quota 60 dollari, ma negli ultimi sei mesi la divisa russa ha perso oltre l’80% del valore. Intanto la Borsa moscovita cala a picco, registrando la peggiore scivolata dal 1995: l’indice Rts, denominato in dollari, è arrivato a cedere il 19 per cento. Questo dopo che lunedì la banca centrale ha diffuso stime in base alle quali, con il barile intorno ai 60 dollari, il pil del Paese il prossimo anno rischia di contrarsi del 4,5 per cento. L’istituzione ha dovuto anche cancellare un’asta di titoli di Stato a tre anni da 700 miliardi di rubli (11,6 miliardi di dollari) a causa della mancanza di offerte.

Martedì il premier Dmitri Medvedev ha convocato un vertice d’urgenza con il ministro delle Finanze e la governatrice della Banca centrale

Un quadro che ha costretto il premier Dmitri Medvedev a convocare un vertice d’urgenza nella sua residenza a Gorki con il primo vice premier Igor Shuvalov, il consigliere presidenziale Andriei Belusov, il ministro delle Finanze Anton Siluanov, il ministro dello Sviluppo economico Alexiei Uliukaiev e la governatrice della banca centrale Elvira Nabiullina. Durante l’incontro sono state “elaborate misure per stabilizzare la situazione economica”, ha battuto l’agenzia Tass. In particolare “le azioni della banca centrale saranno dirette ad aumentare la concessione della liquidità valutaria”. Ma le armi a disposizione di Nabiullina, considerata molto vicina al presidente Vladimir Putin, appaiono spuntate: il rialzo del tasso di interesse di riferimento dal 10,5% al 17%, deciso nella notte tra lunedì e martedì, nulla ha potuto contro il tracollo della divisa russa e l’aumento dell’inflazione, che l’anno prossimo è prevista a doppia cifra. E non avevano avuto risultati nemmeno i cinque precedenti ritocchi all’insù decisi il 3 marzo (dal 5,5 al 7%), il 25 aprile (dal 7 al 7,5%), il 25 luglio (dal 7,5 all’8%), il 31 ottobre (dall’8 al 9,5%) e l’11 dicembre, quando il costo del denaro era stato portato al 10,5 per cento.

Il piano economico del Cremlino, basato sull’ipotesi che il prezzo del petrolio non scenda mai sotto i 90 dollari, è quasi carta straccia

Questa impotenza nell’arginare l’ondata di ribassi si ripercuote anche sulla credibilità di Putin. Il 4 dicembre, durante il discorso di fine anno alle Camere riunite, il presidente ha infatti chiesto alla Nabiullina di agire con durezza contro “gli speculatori che giocano sulle fluttuazioni” della moneta. Due settimane dopo, quelle dichiarazioni bellicose sfumano in un nulla di fatto, mentre il piano economico del Cremlino, basato sull’ipotesi che il prezzo del petrolio non scenda mai sotto i 90 dollari, è quasi carta straccia. A completare il quadro c’è l’emorragia di capitali dal Paese: per fine anno i deflussi potrebbero toccare quota 140 miliardi di dollari. Non per niente l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin ha commentato la situazione dicendo che “la caduta del rublo e dei mercati azionari non sono solo reazioni ai bassi prezzi del petrolio e alle sanzioni, ma anche un segnale di sfiducia nelle politiche economiche del governo”, che dovrebbe adottare misure ad hoc “per aumentare la fiducia degli investitori nell’economia russa”. 

L’economista premio Nobel Paul Krugman, sul New York Times, fa notare che il fattore principale della caduta del rublo è sicuramente la rivoluzione nel mercato degli idrocarburi, ma questo non basta per spiegare come mai da inizio anno la divisa di Mosca abbia registrato una flessione del 50 per cento, visto che il brent ha perso “solo” il 40 per cento. E’ tutta una questione di coincidenze, sostiene Krugman: la crisi dell’Ucraina e le tensioni tra il governo russo e l’Occidente sono arrivate proprio mentre il Paese assisteva a un drastico ridimensionamento della propria principale fonte di entrate in valuta estera, l’export di petrolio. Di qui la perdita di valore del rublo, che a sua volta ha messo in difficoltà i debitori privati, indebolendo ancora di più l’economia e riducendo il livello di fiducia sul mercato. Così si è innescato un circolo vizioso di cui ora non si vede la fine. Anche perché il rialzo dei tassi, nota il professore americano, non fa che aggravare la recessione: l’aumento del costo del denaro, infatti, appesantisce la zavorra che grava sul settore privato. E mette alle corde gli istituti di credito. Pavel Laberko, analista che gestisce il comparto di Union Bancaire Privée – Ubp dedicato ai titoli azionari russi, ha lanciato un allarme sui rischi per le banche russe: “Le banche locali saranno le prime a subire il colpo”, è la sua previsione. “Ora possiamo aspettarci di sentire sempre più notizie su istituti di credito russi non in grado di continuare la propria attività”.

Secondo il ministero dello Sviluppo economico l’anno prossimo i prezzi del cibo aumenteranno del 9,5-10 per cento

Le ricadute di questa spirale negativa sull’economia reale e sulla vita dei consumatori sono già pesantissime: l’embargo sulle importazioni di prodotti alimentari sta facendo galoppare i prezzi del cibo, che secondo il ministero dello Sviluppo economico nel 2015 aumenteranno del 9,5-10 per cento. Non è un caso se il ministro degli Esteri di Mosca Serghiei Lavrov si è spinto a dire in un’intervista alla tv francese France 24 di avere “ragioni molto serie per supporre” che gli Usa, attraverso le sanzioni, stiano “cercando di destabilizzare la situazione e cambiare il governo in Russia”. Ma anche qui non manca lo zampino della speculazione: nei giorni scorsi il quotidiano Kommersant ha rivelato che, nonostante l’abbondantissimo raccolto di grano della scorsa estate, i fornitori di pane stanno comunicando alla grande distribuzione che per colpa del rincaro delle materie prime estere e degli imballaggi i listini dovranno essere ritoccati all’insù.

Lo scenario che si profila per Mosca non può non spaventare i mercati internazionali. Particolarmente a rischio Francia e Italia, le cui banche sono le più esposte verso la Russia: in base agli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), relativi a fine giugno, gli istituti francesi vantano nei confronti di Mosca crediti per 42,7 miliardi di dollari, mentre quelli della Penisola sono a quota 27,6 miliardi, in aumento rispetto al trimestre precedente quando il valore si fermava a 25 miliardi. In prima linea Unicredit, che in Russia ha impieghi per 14 miliardi di euro. Le banche statunitensi sono invece esposte per 26 miliardi, quelle tedesche per 17. In totale, il credito concesso dal sistema bancario mondiale alla Russia ammonta a 207 miliardi di dollari, di cui solo 17 verso il settore pubblico e 141 nei confronti del settore privato non bancario. E la gran parte, 155 miliardi, fa capo a gruppi europei.