Persino l’Altissimo, nella Genesi, ha offerto il Suo autorevole contributo al dibattito sul ciclo delle materie prime, avvertendo i mortali che l’alternarsi dei periodi di vacche grasse e magre è ineluttabile. In epoca biblica armenti e spighe costituivano i pilastri della ricchezza, oggi civiltà e benessere si basano sulle fonti energetiche. Da oltre duecento anni se ne annuncia l’imminente esaurimento: già prima dell’Ottocento si intonavano geremiadi sulla fine del carbone (oggi ancora molto usato in Cina, Usa e India). A ogni fase ascendente dei prezzi, i profeti di sventura imbottiscono portafogli e carriere sfruttando le superstizioni sull’Apocalisse. Nel 1931 alle profezie venne conferita una patina di scientificità quando Harold Hotelling pubblicò un articolo in cui spiegava come il prezzo delle materie prime non rinnovabili sarebbe aumentato esponenzialmente man mano che esse si esaurivano. Il modello poggiava su assunzioni irrealistiche, ma è rimasto il bastione teorico da cui si diffondono fole sul peak oil (il picco di produzione) o filippiche contro gli “speculatori”.

I dati raccontano un’ altra storia, formalizzata anch’essa negli anni Trenta (ma evidenziata sin dal tardo Ottocento) e nota come “Teorema della Ragnatela”. Quando l’offerta non può adeguarsi immediatamente alla domanda (perché per aumentare la produzione occorrono tempo, investimenti e fatica) si generano oscillazioni di prezzi la cui ampiezza dipende dalla pendenza delle curve di domanda e di offerta. Il Teorema della Ragnatela si riferiva alle derrate agricole e alle carni i cui cicli di produzione (e la velocità di adattamento alla domanda) sono annuali. Però la sua logica intrinseca è utile per spiegare le dinamiche nei mercati energetici dove l’aggiustamento dell’offerta ha tempi erratici e imprevedibili. Per stare agli ultimi cinquant’anni, a choc petroliferi sono seguiti crolli dei prezzi proprio perché – anche se i mercati non funzionano esattamente come descritto nei libri di testo – col tempo la dinamica dei prezzi impatta su consumi e produzione.

L’aumento dei prezzi negli anni di vacche petrolifere grasse è stato un magnete per risorse sia intellettuali che finanziarie: l’innovazione nella frattura idraulica e nelle trivellazioni orizzontali ha permesso di estrarre strabilianti quantità di idrocarburi da scisti (shale), specialmente in Nord America. Gradualmente gli Stati Uniti sono diventati il maggior produttore di petrolio superando l’Arabia Saudita inondando i mercati energetici a fronte di una domanda vieppiù anemica.

Il ciclo si è invertito aprendo la partita per determinare chi sopravviverà alle conseguenze. La grande incognita è proprio il settore dello shale in Usa su cui le analisi abbondano e abbindolano. In ottobre una nota di BernsteinResearch ha stimato che un terzo della produzione da shale non sarebbe conveniente con il prezzo del Wti (il petrolio West Texas Intermediate, usato come termine di paragone) di sotto di 80 dollari al barile. Morgan Stanley prevede che il punto di pareggio per i giacimenti sia circa 77 dollari al barile. Wood Mackenzie, altra società di consulenza, invece insiste che per i grandi giacimenti anche al di sotto dei 60 dollari i profitti sarebbero assicurati. Sulla stessa linea ottimistica sono Goldman Sachs e Credit Suisse. Molte società petrolifere Usa hanno acceso dei fuochi di paglia che si propagheranno alle banche finanziatrici. Lo spettacolo non sarà gradevole perché oltretutto le riserve sono state sovrastimate. I prezzi in caduta agiranno come un freno su molti progetti di investimento che oltre all’America attendono la luce verde in Argentina, Messico, Cina. Quindi non sorprende che l’Opec, il vecchio cartello dei produttori, non abbia ridotto la propria produzione, causando un ulteriore smottamento dei futures.

L’Arabia Saudita, ha fronteggiato un dilemma. Con il Brent sotto i 90 dollari al barile soffre un deficit nel bilancio pubblico. Però grazie a quanto accumulato negli anni di vacche grasse, un prezzo intorno a 70 dollari a Riad è accettabile per un paio di anni se sfoltisce il numero dei concorrenti americani. Senza contare la soddisfazione di tagliare gli artigli all’orso russo, infliggere una lezioncina ai dirimpettai iraniani e mandare a gambe all’aria il regime venezuelano.

Per i paesi importatori questa guerra di prezzi è una manna insperata, l’unico robusto fattore di crescita all’orizzonte (a meno che non si creda ai fantomatici progetti di Juncker). Per ogni dieci dollari in meno nelle quotazioni del petrolio, il Pil mondiale aumenta di circa lo 0,5 per cento grazie al maggior reddito disponibile per i consumatori. Anche in Italia si avverte l’effetto: il prezzo medio della benzina, secondo l’ultima rilevazione dell’Unione petrolifera italiana del 17 novembre, è sceso a 1,648 euro rispetto a 1,705 di un anno fa. Il prezzo industriale vale il 38 per cento di quello alla pompa, 62 centesimi (il resto sono Iva, accise e balzelli vari), contro i 67 di un anno fa. La solita costosa struttura oligopolistica della raffinazione e distribuzione impedisce un effetto più incisivo, ma un’ulteriore ribasso dovrebbe essere ormai solo questione di tempo. Sperando che al governo non contemplino ulteriori gabelle.

da Il Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2014