Capita spesso a lezione di osservare come gli allievi cerchino di imitare le posture dell’insegnante o dei praticanti più abili.

Un esempio classico è la posizione a gambe incrociate che si assume sempre all’inizio della seduta per far risuonare tre volte l’Om, o tra un asana e l’altro, oppure quando si esegue un pranayama, le tecniche di controllo della respirazione.

Di solito l’insegnante, forte dell’elasticità acquisita in anni e anni di pratica, sceglie la posizione a gambe incrociate chiamata Padmasana. È la “posizione del loto” che richiama subito alla mente lo yoga, con i piedi appoggiati sulle cosce e le piante dei piedi rivolte verso il cielo. Si chiama “posizione del loto” proprio perché le dita dei piedi sono aperte verso l’alto come i petali di un fiore.

Le mani sono appoggiate con delicatezza sulle ginocchia e naturalmente testa, collo e schiena sono dritti.

Padmasana è un asana fondamentale dello yoga, una magnifica posizione come sempre ricchissima di significati profondi, che aiuta il praticante a trovare la concentrazione necessaria per lanciarsi alla scoperta del proprio mondo interiore.

Ma per chi ha problemi alle ginocchia, è brevilineo o semplicemente ha quadricipiti e polpacci massicci, è un asana molto difficile da eseguire. Si rischia di sottoporre l’intera articolazione del ginocchio a uno sforzo usurante e persino al dolore, al rischio di traumi seri.

Questo tipo di praticante può “accontentarsi” e incrociare le gambe senza portare i piedi sulle cosce. La posizione può quindi essere quella chiamata Sukhasana, “posizione facile”, con i piedi sotto le gambe incrociate o al limite Ardha Padmasana, cioè la versione parziale di Padmasana con un solo piede appoggiato sulla coscia e l’altro sotto.

Anche in queste posture si possono eseguire tranquillamente gli esercizi di concentrazione, di rilassamento, i pranayama; si possono cantare i mantra, far risuonare l’Om.

Personalmente ho imparato (si fa per dire, naturalmente, per fortuna l’apprendimento non finisce mai!) da maestri yoga che mi hanno sempre insegnato a fare quel che posso e ignorare cosa fanno gli altri, a scegliere l’asana giusto per me che non è necessariamente quello giusto per un altro, o quello preferito dall’insegnante e viceversa.

E in fondo Patanjali nei “Sutra dello yoga”, il più importante testo di questa disciplina di cui ci eravamo occupati qui, scrive soltanto che l’asana dev’essere “stabile e confortevole”. Non ci sono altre indicazioni. Non c’è nessun asana descritto in questo libro.

Secondo Patanjali infatti uno dei più grandi nemici dello yoga è l’ego, Ahamkara in sanscrito. È quella forza sempre latente che ci spinge a cercare di vincere, di essere migliore degli altri, e non importa se su un campo da tennis, una palestra di pesistica o un luogo dove si pratica yoga.

Anche le scuole di Hatha Yoga, lo yoga “dello sforzo” nato dopo Patanjali, raccomandano di eseguire l’asana con uno sforzo minimo, appena necessario perché il corpo prenda memoria della postura e sia poi in grado di eseguirla gradualmente nel tempo. L’asana non è mai il risultato di una performance sportiva insomma, altrimenti, molto semplicemente, non è un asana.

Quindi la cura particolareggiata, l’attenzione estrema su ogni particolare della postura, lasciamole tranquillamente a chi desidera mettere il corpo in primo piano nella pratica. Chi ha problemi alle ginocchia e pensa che lo yoga sia una disciplina che utilizza il corpo come strumento per arrivare alla mente, alla coscienza, all’anima, e che quindi si possa seguire attraverso le proprie inclinazioni e rispettando i propri limiti, può tranquillamente non sforzarsi a eseguire Padmasana.

E lo stesso discorso si può fare tranquillamente per ogni asana. L’unico principio importante è che la postura debba essere “stabile e confortevole” . Solo così può permetterci di sconfiggere il nostro ego e vivere davvero il viaggio interiore dello yoga.