Mentre Jean Claude Juncker torna ad alzare la voce sui conti pubblici di Italia e Francia, spuntano nuove rivelazioni sul caso LuxLeaks, l’inchiesta del network giornalistico americano International Consortium of Investigative Journalists di cui è partner anche L’Espresso, sugli accordi fiscali siglati da alcune multinazionali con il Lussemburgo allora guidato dall’attuale presidente della Commissione europea. Tra le 35 nuove aziende citate nei nuovi documenti di PricewaterhouseCoopers ci sono, scrive L’Espresso, anche Telecom Italia, Fininvest, accanto a gruppi internazionali del calibro di Hutchinson Whampoa (l’azionista di 3 Italia), Skype, E-Bay e Walt Disney. Che si aggiungono così alla lunga lista delle 340 imprese che hanno ricevuto un trattamento fiscale particolarmente favorevole a scapito dell’Erario del loro Paese di provenienza, che sul fronte italiano annovera tra gli altri Intesa Sanpaolo, Unicredit e Finmeccanica. Ma anche, riportava nei giorni scorsi il settimanale, lo stesso editore dell’Espresso, la Cir della famiglia De Benedetti che “ha chiuso la relativa vertenza versando all’erario italiano 12 milioni di euro“. Poco più della metà dei 21 milioni pagati da Mediaset per un caso analogo.

Per quanto riguarda i nuovi documenti che coinvolgono due gruppi italiani di primaria importanza, Telecom Italia viene citata in relazione a una richiesta di “tax ruling” (accordo fiscale predefinito) presentata da Price a pochi mesi dall’uscita di Marco Tronchetti Provera, nel 2007, al Bureau d’Imposition Sociètes del Granducato per conto di Telecom Italia Finance Sa, controllata lussemburghese definita nei documenti “una sorta di banca”. Oggetto della richiesta, un trattamento particolare in merito a un investimento da mezzo miliardo di euro in una società belga di investimento a capitale variabile (sicav).  Caso diverso quello di Fininvest. Il ruling che riguarda la holding con cui la famiglia Berlusconi controlla Mondadori, Mediaset e il Milan, risale al 27 dicembre 2010 e riguarda un’operazione finanziaria da circa 130 milioni della holding del Granducato del gruppo, Trefinance. “La vera novità è che siamo di fronte a un ruling regolare, senza ombre, non come la maggior parte di quelli siglati da Marius Kohl”, scrive L’Espresso riportando la notizia.

Il grosso delle nuove rivelazioni, però, riguarda gruppi come la Walt Disney, protagonista di un ruling del 2009 che “con uno schema in 34 mosse, le ha permesso di muovere vorticosamente capitali in 24 delle sue consociate estere”, scrive ancora l’Espresso che riporta una dichiarazione del portavoce della casa di Topolino secondo cui nell’ultimo quinquennio il peso fiscale effettivo medio per la Disney è stato del 34 per cento. Fatto sta che tra il 2009 e il 2013 grazie agli accordi fiscali personalizzati, le società lussemburghesi della Disney hanno “realizzato profitti per 2,8 miliardi di euro. E con un solo dipendente”. Tra le pratiche citate invece dal quotidiano francese Le Soir, figurano deduzioni fiscali spettacolari, che nel caso di Skype portavano a pagare le imposte solo sul 5 per cento dei guadagni.

“I nuovi documenti non differiscono da quelli di un paio di settimane fa. Lussemburgo concorda sul fatto che la legittimità di alcuni accordi, in linea con la legge applicabile, può essere messa in discussione”, ha commentato il ministero delle Finanze del Granducato. Tuttavia, “l’analisi di queste situazioni non può essere limitata al ruolo di un singolo Paese. La comunità internazionale nel suo insieme è messa davanti alle sue responsabilità, per adattare le norme internazionali alla realtà attuale”, prosegue la nota dove il Paese assicura di voler “contribuire attivamente alle discussioni rilevanti su questo argomento”. Quindi il Granducato “sostiene l’iniziativa della Commissione europea destinata a presentare rapidamente una proposta di direttiva sullo scambio automatico di informazioni in materia di decisioni tra le autorità competenti dei paesi membri dell’Unione europea”. Tuttavia, il ministero sottolinea che “le decisioni delle autorità fiscali lussemburghesi sono né contratti né accordi reciproci”, ma “decisioni unilaterali dell’amministrazione fiscale” che “non sono e non sono mai stati segreti”.