Il cerchio si chiude, Roger Federer raggiunge la perfezione. La vittoria della Svizzera nella finale di Coppa Davis 2014 contro la Francia scrive la storia del tennis: è il primo successo di sempre per la nazionale elvetica, soprattutto è l’ultimo titolo che mancava alla carriera folgorante del suo campionissimo, che è riuscito a portare anche il suo Paese in cima al mondo. Invidie e dissapori, abbracci e chiarimenti, schiene scricchiolanti e nervi saltati. C’è stato un po’ di tutto nella tre giorni del destino di Lille, che consegna agli annali una delle finali più appassionanti di tutti i tempi. Anche grazie a quello che è successo prima. Perché ogni epos che si rispetti ha un prologo. E quello della Coppa Davis è andato in scena a Londra sabato scorso, durante il Masters Atp di fine stagione. La semifinale tra Federer e Wawrinka doveva essere il miglior viatico per la conquista dell’Insalatiera, e invece si è trasformata in una sfida fratricida, conclusa a insulti e paroloni. Poi, il giorno dopo, l’ennesimo colpo di scena: Federer (che aveva vinto al terzo set) non gioca la finale del Masters contro Djokovic per problemi alla schiena. Anche la Coppa Davis è a rischio: ad una settimana esatta dalla finale la nazionale svizzera è andata in mille pezzi.

C’è voluto più d’un cerotto per rimetterla in piedi, nel fisico e nello spirito. Federer non si è allenato per giorni, e quando è sceso in campo contro Gael Monfils (numero due di Francia e di 19 del ranking) è apparso il fantasma di se stesso: il match è durato appena un’ora e mezza, concluso con un secco 3-0 in favore del francese. Fortuna degli elvetici che in precedenza Stanislav Wawrinka aveva regalato il primo punto alla Svizzera. Perché anche la Francia consuma il suo dramma sportivo, tutto psicologico. La maledizione della “decima” che nel calcio a lungo aveva paralizzato il Real Madrid in Champions League vale anche per il tennis, colpisce una nazionale fatta di campioni fragili: come Jo-Wilfried Tsonga, gigante tennistico dai piedi d’argilla, che si scioglie per la tensione davanti al suo pubblico, incassa un secco 3-0 e rinuncerà anche a giocare il secondo singolare. O Richard Gasquet, talento mai sbocciato, che nel doppio stecca tutti i punti decisivi.

La svolta è proprio il doppio: Federer non sta bene ma i carneadi Lammer e Chiudinelli non sono un’alternativa. E allora, sette giorni dopo Londra, si ritrova con Wawrinka nella stessa metà del campo, per giocare una delle partite più importanti della carriera. Avrebbero potuto affondare, non sono mai stati una coppia affiatata, in Davis non vincevano insieme da tre anni. Invece si ritrovano nel momento più difficile, battono in tre set Gasquet-Benneteau, si abbracciano sotto rete. E lo faranno di nuovo in lacrime, dopo il punto del 3-1 che vale l’Insalatiera. La nazionale è di nuovo unita, e Federer, rinato, può chiudere i conti nel primo singolare di domenica contro Gasquet.

È la storia che si compie. Re Roger Federer vince l’ultimo titolo che mancava al suo irripetibile palmares. Si aggiunge a Fred Perry, Don Budge, Rod Laver, Roy Emerson, Andre Agassi e Rafael Nadal, capaci di vincere almeno una volta i quattro i tornei dello Slam e la Coppa Davis. Ma lui di Slam ne ha conquistati più di tutti (17), nel 2008 aveva centrato a Pechino l’oro olimpico nel doppio e adesso alza anche la mitica insalatiera d’argento. Finalmente ha vinto tutto, anche con la sua nazionale che non aveva vinto mai (prima solo una finale persa nel ’92 contro gli Usa, ai tempi di Rosset e Hlasek), per titoli e non solo può essere considerato il più grande di sempre. E se lo è, deve ringraziare anche l’amico-nemico Wawrinka, uno che in Davis aveva spesso balbettato, ma è stato decisivo nel momento più importante, aiutando e sorreggendo il campione in difficoltà. Questa Coppa è fortissimamente sua, merita anche lui un posticino nella storia di questo sport, seppur nel ruolo di impagabile scudiero. Ma non chiamatelo così ad alta voce: potrebbe arrabbiarsi.

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