Tu prendi un qualsiasi libro: ha un titolo e un autore. È naturale che sia così, addirittura a volte l’autore è più in rilievo del titolo, perché può costituire un valore in sé, l’editore sa che lo aiuterà a vendere di più. Nei giochi in scatola dovrebbe essere lo stesso, perché la situazione è del tutto analoga, ma non è sempre stato così.

Molti editori tendevano ottusamente a omettere il nome dell’autore, quasi andasse a intaccare la loro proprietà. E se oggi la situazione è largamente migliorata (e non solo nei mercati più evoluti come Germania e Olanda, ma anche nel nostro paese), è grazie alle prese di posizione di grandi autori-pionieri come l’indimenticato Alex Randolph che hanno avuto la forza di rifiutare contratti che non prevedevano l’indicazione del nome in copertina. Si sono formate associazioni di autori, come ad esempio la Saz (Spiel Autoren Zunft, traducibile come la combriccola degli autori) e oggi il loro ruolo è in genere riconosciuto e in molti casi comincia a costituire un plus, proprio come nel caso degli autori di libri.

Bene, c’è stato qualche passo avanti. Pochi passi avanti invece nel campo della difesa della proprietà intellettuale.Londra, campionati internazionali di scarabeo

Negli anni Sessanta c’è stato il caso del clone di Scrabble, il nostrano Scarabeo che pur ha vinto una battaglia legale internazionale: ne abbiamo già accennato qui su il Fatto. Forti forse anche di questo precedente, alcune aziende italiane non si son fatte scrupolo di pubblicare altri cloni di successi internazionali, del resto, se la legge lo consente…

Ma il discorso si complica a livello internazionale.

Per esempio Cartagena di Leo Colovini, ha avuto due cloni prodotti in Ucraina: identico meccanismo e diversa ambientazione. Colovini ha provato a contattare il produttore ucraino… che però gli ha praticamente riso in faccia. Che fare? Nulla! Come imbarcarsi in una causa internazionale senza speranza, magari per una questione di non più di qualche decina di migliaia di copie?

Ben più clamoroso il caso del gioco di carte Bang! di Emiliano Sciarra, prodotto di punta della dV Giochi, un giovane e intraprendente editore italiano, fondato nel 2001. Bang! è stato un successo straordinario, con oltre un milione di copie vendute nel mondo (traguardo eccezionale per un gioco italiano). Benissimo, ma il fatto è che la cinese Yoka – ci racconta il titolare di dV Roberto Corbelli, ne ha fatto un clone ambientato nell’antica Cina, Legend of the three kingdoms, che di milioni di copie ne venduti ben sei. Senza che a Sciarra e alla dV sia arrivato il becco di un diritto.

E non è finita qui! La Yoka si è messa a distribuire il suo gioco anche negli Usa, attraverso il distributore Ziko. Questo è stato davvero troppo per il coraggioso Corbelli, anche perché negli Usa le leggi sul diritto d’autore esistono. E così, costi quello che costi, Corbelli ha ingaggiato un ottimo studio legale americano e intentato causa in Texas. La sentenza preliminare lascia aperta più di qualche porta, ora le parti stanno preparando la loro documentazione e se ne discuterà in tribunale nel 2015.

Tutti i nostri auguri a Corbelli e alla dV: un suo successo certo non lo risarcirebbe dei sei milioni di copie vendute in Cina, ma ne beneficerebbe tutto il piccolo mondo dei giochi da tavolo, che vedrebbero riconosciuto il loro diritto alla proprietà intellettuale.