Non c’è pace per chi ha intralciato la strada delle nozze tra Fondiaria Sai e Unipol. Dopo l’ex commissario Michele Pezzinga, grande accusatore del presidente della Consob proprio per l’affaire UnipolSai che all’inizio di luglio ha letto sui giornali gli estremi delle sue operazioni bancarie degli ultimi anni, ora è venuto il turno di Matteo Arpe. Oggi, martedì 11 novembre, Il Sole 24 Ore, com’era per altro suo diritto e dovere di cronaca, ha pubblicato gli stralci degli atti secretati e non ancora depositati che erano in mano solo a Consob e Procura oltre che all’interessato, Arpe appunto. Si tratta della documentazione relativa a una contestazione per l’ipotesi di manipolazione dei titoli della Banca Profilo da lui controllata, mossa dalla Commissione al banchiere che nel 2012, in tandem con il fondo Palladio di Roberto Meneguzzo, aveva lanciato un’offerta su FonSai in contrapposizione all’operazione del gruppo delle coop.

Un’indagine penalmente rilevante, dunque, e piuttosto delicata visto che il reato di alterazione dei prezzi di Borsa, se provato, prevede multe fino a cinque milioni e l’interdizione dei colpevoli. Misura che avrebbe potuto colpire in un sol colpo presidente e amministratore delegato di Banca Profilo, cioè Arpe e Fabio Candeli, decapitando così l’istituto che il fondo Sator ha salvato nel 2009 con un’iniezione di capitali propri per un investimento superiore ai 100 milioni di euro. A impedire l’interdizione sono stati i ricorsi contro la procedura seguita da Consob presentati dal gruppo al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato che hanno fermato l’orologio. Una pronuncia definitiva è attesa tra una settimana, il 19 novembre. Già in settembre, tuttavia, il Consiglio di Stato ha aperto alle istanze di Arpe con un’ordinanza che invita Consob, nel suo stesso interesse, a rivedere le proprie procedure sanzionatorie nei casi penalmente rilevanti visto che attualmente violano il diritto al giusto processo come già rilevato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Quanto al merito dell’accusa, come emerge dallo stesso Sole 24 Ore, è quasi paradossale. In pratica Consob accusa Arpe di aver manipolato il valore di Borsa di Banca Profilo, ma non ha trovato traccia né di un profitto economico, né di altre prove schiaccianti. E questo nonostante la lunga ispezione presso gli uffici di Banca Profilo e Arepo datata maggio 2013, effettuata quando l’operazione UnipolSai era alle battute finali in attesa delle ultime, cruciali, autorizzazioni. Gli sceriffi di Vegas, però, erano ufficialmente a caccia delle tracce delle operazioni con cui la società di Arpe, Arepo, tra il 2011 e il 2013, ha comprato in Borsa l’8% di Banca Profilo dopo averne avuto l’autorizzazione da Bankitalia e aver comunicato periodicamente gli acquisti alla stessa Consob. Senza per altro aver mai venduto i titoli acquistati o aver effettuato operazioni in derivati connesse agli acquisti stessi. “Tuttavia Consob, è la tesi degli uffici, ha ravvisato nelle modalità di intervento dei trader che hanno effettuato le operazioni, intenti manipolatori volti a sostenere le quotazioni”, riferisce ancora il Sole analizzando in dettaglio gli schemi operativi che sarebbero stati utilizzati. “Tutto questo – è la conclusione – per gli uomini di Vegas è sufficiente a dimostrare che il prezzo di Banca Profilo è stato ‘sostenuto artificialmente’ ed è stato fatto ‘per salvaguardare la reputazione‘ di Arpe e ‘fornire un’apparenza di successo‘ all’operazione di salvataggio di Banca Profilo”.

Stando a questo assioma, accompagnato dalla tesi che Arpe non poteva non sapere visto il suo ruolo, a poco vale che il prezzo delle azioni dell’istituto nel corso degli acquisti analizzati da Consob sia passato da 0,32 a 0,24 euro senza produrre alcun tangibile guadagno agli indagati e che sia invece lievitato fino a 0,45 euro (0,318 euro le quotazioni attuali) solo dopo che l’operatività è cessata. Sulla bilancia non sembra aver trovato spazio neanche il fatto che Arepo prima di procedere agli acquisti avesse cercato senza successo di comprare le azioni dall’ex socio di Profilo, Sandro Capotosti, all’epoca titolare del 10% della banca, che ha curiosamente preferito vendere sul mercato mentre il titolo viaggiava al ribasso. Eppure la compravendita privata, se accettata dal venditore non avrebbe influito sui corsi di Borsa di Profilo. Meno che mai ha pesato l’operatività di un piccolo azionista che nell’arco di due anni, riferisce ancora il Sole, “per finalità didattiche” ha immesso nel sistema ben 5.200 ordini di vendita (il 6% del capitale) a prezzi bassissimi che poi venivano immancabilmente revocati.

Elementi ai quali si aggiunge un altro fatto rilevante riportato sempre dal quotidiano della Confindustria. Si tratta di una curiosa anticipazione dell’esito della contestazione da parte della stessa Consob che, il 5 maggio 2014, prima ancora di aver deliberato definitivamente sul caso tuttora pendente, scriveva nella sua relazione annuale al ministro dell’Economia di aver “accertato” gli illeciti, con un chiaro riferimento a Banca Profilo. Un lapsus forse frutto anche della confusione di ruoli che c’è nella Commissione come rilevato a marzo dalla Corte di Strasburgo e recepito dall’ordinanza di settembre con cui il Consiglio di Stato “considerato che sussiste il pregiudizio grave e irreparabile, nella sfera dei destinatari” (Arpe e la sua società Arepo) ha di fatto riconosciuto al banchiere il diritto ad un giusto ed equo processo. E ha invitato la Consob ad adeguare il proprio regolamento sanzionatorio per i casi “penali” in quanto quello attuale è “illegittimo”. Questo perché secondo Strasburgo l’attuale procedura della Commissione non solo non offre agli “imputati” la possibilità di un contraddittorio delle parti e una pubblica udienza, ma soprattutto ricollega alla giurisdizione di un’unica figura le due funzioni di indagine e di giudizio, quella del presidente della Commissione. Con l’aggravante, non notata dalla Corte europea, che nel caso di Vegas il suo potere è praticamente incontrastato visto che l’organo collegiale della Consob è da anni monco e il suo voto in caso di astensione degli altri commissari vale doppio. A poco vale, quindi, che il collegio dopo mesi di operatività con due membri sia stato solo recentemente rimpolpato con un terzo commissario contro gli originari cinque.

E intanto si susseguono fughe di documenti sensibili. In questo caso secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, Banca Profilo starebbe valutando eventuali azioni legali. Dalla Commissione, invece, fanno sapere che “la ricostruzione apparsa oggi su un quotidiano riferisce le conclusioni dell’accertamento Consob, che – come si legge nell’articolo – sono ‘da circa 12 mesi sul tavolo della Procura di Milano’ e che la stessa testata ‘ha potuto consultare’. L’articolo riporta anche ampiamente le tesi difensive dell’intermediario”. Non è quindi stata ritenuta ipotizzabile la presenza di una talpa all’interno della stessa Consob. Del resto è piuttosto probabile che il trafugatore non venga mai alla luce, come già successo per il caso Pezzinga: il gruppo Ubi in oltre quattro mesi non è ancora risalito all’autore dell’hackeraggio del suo conto corrente acceso presso Iw Bank e le indagini interne sono ancora in corso.