Forza Italia chiede al premier Renzi di intervenire contro la legge Severino, ma non sono solo gli orfani di Silvio Berlusconi a stringere l’assedio alla norma sull’incandidabilità dei politici condannati, approvata due anni fa con fervore bipartisan sull’onda dello scandalo Fiorito e delle spese pazze dei consiglieri regionali, nel Lazio ma non solo. Dopo la vittoria al Tar del sindaco di Napoli Luigi De Magistris, tornato in sella nonostante la condanna in primo grado per abuso d’ufficio, il destino della norma appare segnato e si moltiplicano le pressioni perché il Parlamento rimetta mano al testo che ha avuto come effetto più fragoroso, giusto 11 mesi fa, la decadenza da senatore di Berlusconi.

Ministri e parlamentari decadono dopo la sentenza definitiva, i politici locali sono sospesi dopo il primo grado. Ora il Parlamento potrebbe “graziarli”

Gli attacchi, rinvigoriti dalla sentenza del Tar , si concentrano innanzitutto sul fatto che la Severino scalza dalle loro poltrone gli amministratori condannati per determinati reati anche solo in primo grado, come è accaduto a De Magistris. Nessun ritorno del Cavaliere (condannato definitivo) in Parlamento con l’insperato appiglio fornito dalla detestata ex toga dell’inchiesta Why not, allora? Da Palazzo Chigi filtrano rassicurazioni, ma sta di fatto che la sentenza del Tar che ha “sospeso la sospensione” di De Magistris (di questo si tratta) chiede alla Corte costituzionale di pronunciarsi anche sulla “retroattività” della Severino. E qui Berlusconi rientra in pieno, dato che è stato dichiarato decaduto per un reato – la frode fiscale nella vicenda de diritti tv Mediaset – commesso molti anni prima che la legge sull’incandidibilità apparisse in Gazzetta ufficiale. Se, come ormai appare probabile, il Parlamento rimetterà mano alla norma, difficile pensare che Forza Italia – magari in compagnia dell’Ncd, compagine di maggioranza del governo Renzi -lasci cadere l’argomentazione che è stata al centro della disperata resistenza berlusconiana alla decadenza.

Perché Renzi  non “ci mette la faccia”, chiede il “Mattinale” di Forza Italia, “perché non dice qualcosa sull’incostituzionalità della Severino e sull’abominio democratico perpetrato ai danni del leader dell’opposizione? Aspettiamo fiduciosi, ma non troppo”. In realtà il governo e la maggioranza si stanno già muovendo, a quanto scrive Liana Milella su Repubblica: “Sarà un’iniziativa parlamentare a coreggere quella che suona come una discrasia”, scrive. Ma “a palazzo Chigi la futura correzione viene commentata positivamente”. La correzione, sottolineano le stesse fonti, tenderà a stabilire per tutti l’incandidabilità e l’allontanamento dalla carica soltanto in caso di condanna definitiva, quindi “nessun regalo a Silvio”. In realtà l’attuale legge è uguale per tutti – decadenza solo in caso di condanna definitiva – ma per gli amministratori locali condannati anche solo in primo grado, o destinatari di misure cautelari è prevista la sospensione per un massimo di 18 mesi, che invece non esiste per parlamentari e ministri. Quindi un’eventuale riforma potrebbe intervenire solo sulla sospensione. “Rimuovere un sindaco dopo una sentenza di primo grado per un reato come l’abuso d’ufficio è eccessivo”, ha significativamente dichiarato Giovanni Legnini, nuovo vicepresidente del Csm ed ex sottosegretario di Renzi.

La modifica non riguarderà Berlusconi, assicurano da Palazzo Chigi. Ma se si toccasse la “retroattività”, da agosto 2015 il leader di Fi potrebbe tornare in Senato 

La rotta è dunque tracciata: un allentamento dei criteri di tutela delle istituzioni, il trattamento più favorevole dei parlamentari esteso anche agli amministratori locali. Con il risultato che anche un sindaco o un assessore regionale condannati in primo grado per reati contro la pubblica amministrazione resteranno al loro posto per il tempo che di solito serve alla giustizia italiana per arrivare a una sentenza definitiva, cioè anni. E magari ricandidarsi, in attesa del verdetto finale (o della prescrizione). Se poi il Parlamento dovesse intervenire anche sulla cosiddetta retroattività, in primo luogo Berlusconi potrebbe tornare in Senato dal 31 luglio 2015 (se la legislatura non si interromperà anzitempo), quando scadranno i due anni di interdizione dai pubblici uffici inflitti dalla Cassazione come pena accessoria della condanna per frode fiscale. E, soprattutto, da qualla data sarà libero di ricandidarsi. Ma l’onda lunga grazierebbe anche la vasta platea di politici di tutti i lvelli attualmente sotto processo per reati commessi prima del 5 gennaio 2013, data di entratata in vigore della legge Severino, o che finiranno sotto inchiesta in futuro sempre per reati precedenti quella data.

Vincerebbe insomma la tesi “garantista” di Forza Italia, che nello scontro sul caso Berlusconi vedeva nella legge Severino una norma penale come tutte le altre, una sanzione aggiuntiva che quindi non poteva colpire comportamenti precedenti alla sua entrata in vigore. Sarebbe per contro quasi annichilita la tesi opposta, quella della tutela delle istituzioni dalla presenza di politici e amministratori la cui colpevolezza è stata già accertata definitivamente – al di là di quando è stato commesso il reato – o sui cui si sono addensate ombre pesanti come una sentenza di colpevolezza in primo grado, certo non definitiva, ma comunque frutto di un’indagine e di un processo che ha passato il vaglio di più giudici. E’ questo il nodo centrale che il ricorso vinto da De Magistris ha di fatto riaperto.

La legge Severino? “Risposta pronta ai cittadini”, diceva Schifani. “Sono il primo firmatario”, rivendicava Alfano. Poi, però, toccò a Berlusconi

Certo è che per Forza Italia e per il centrodestra è un caso di garantismo a scoppio ritardato. La vituperata legge Severino, che oggi il consigliere politico berlusconiano Giovanni Toti vorrebbe vedere “cancellata rapidamente o modificata sostanzialmente”, è stata adottata con consenso bipartisan ai tempi del governo delle larghe intese guidato da Mario Monti, con Paola Severino ministro della Giustizia (nella foto). Era il 19 dicembre 2012 quando la Camera diede un parere favorevole all’unanimità – come già aveva fatto il Senato – al decreto legislativo che la introduceva. E il giorno dopo al governo – a cui l’allora Pdl partcipava – non restò che sancire l’approvazione definitiva della norma. L’iter fu particolarmente rapido e condiviso perché, sull’onda dello scandalo Fiorito, la norma doveva essere “offerta” all’opinione pubblica già per le elezioni politiche indette a febbraio 2013, quelle che avrebbero portato al governo Letta (e poi Renzi). ”Lo volevamo fortemente tutti – si rallegrò l’allora ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri – ma lo voleva evidentemente anche il Paramento, visti i tempi rapidi con cui è stata approvatao”. E infatti restano agli atti i pareri entusiasti non solo del Pd, ma anche di diversi dirigenti Pdl. ”Il Senato ha fatto la sua parte esprimendo il parere al dlgs sull’incandidabilità, dando così una risposta pronta e celere a tutti i cittadini che vogliono dal Parlamento una risposta di contrasto ferreo del potere legislativo a questo male terribile”, andava dicendo per esempio Renato Schifani, lo stesso che poi definirà la decadenza di Berlusconi “anomale e ingiusta”, una “pagina buia della nostra democrazia”. Tra i più lesti a a intitolarsi la vittoria delle “liste pulite” contro le malversazioni della Casta svettò in particolare Angelino Alfano, che il 6 dicembre 2012, davanti alle telecamere, rivendicò il suo ruolo di “primo firmatario” della legge (video) che sarebbe poi diventata (dopo parecchi passaggi, a dire il vero) la “Severino”. Anzi, sosteneva Alfano, era Berlusconi il primo a volere la nuova normativa sull’incandidabilità, tanto era certo “di essere assolto” al processo Mediaset. Poi andò diversamente e Alfano, anche dopo la nascita dell’Ncd in rottura con il magnate di Arcore, rimosse in fretta quella primogenitura: “Penso che la decadenza sia una grande ingiustizia perché nasce dall’applicazione retroattiva di una norma penale”, sentenziò meno di un anno dopo, il 24 novembre 2013. Perciò voteremo contro la decadenza del presidente Berlusconi”.

Ora arrivano la sentenza pro De Magistris, la probabile revisione parlamentare  e il possibile pronunciamento della Corte costituzionale, dove dal 18 ottobre siede fra l’altro il neoeletto giurista Nicolò Zanon, autore di un parere pro veritate, che tacciava la legge Severino di incostituzionalità, contrario alla decadenza di Berlusconi. E del fervore bipartisan per le “liste pulite”, quelle che solo due anni fa “volevano fortemente tutti”, non resta quasi più nulla.