Saggio di Napolitano. Promotore di un’associazione insieme ad Amato (giudice della Consulta come lui), Violante (che sogna di diventarlo), Padoan (ministro di Renzi, già in orbita D’Alema). Sostenitore dell’incostituzionalità della legge Severino, quella della decadenza di Berlusconi. Sempre pronto a promuovere norme più stringenti sulla responsabilità civile dei magistrati. Aderente a un appello per il sì al lodo Alfano, poi bocciato dalla Corte costituzionale di cui ora fa parte. Componente laico del Csm dal 2010 per 4 anni, eletto con un record di voti (712) dal Parlamento in seduta comune su indicazione del Popolo della Libertà. Consulente di Berlusconi che una volta per un parere lo pagò 25mila euro. Il nome che non è venuto in mente al centrodestra per sbloccare lo stallo estenuante in Parlamento (20 votazioni a vuoto in 4 mesi) è stata la carta del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: Nicolò Zanon, torinese, 53 anni, docente di diritto costituzionale, che ha insegnato alla Bocconi, a Padova, alla Bicocca, all’università di Milano.

I berlusconiani hanno fritto un candidato dopo l’altro (Antonio Catricalà, Donato Bruno, Ignazio Francesco Caramazza) e hanno tenuto fuori – forse volutamente – l’unico che non si poteva perdere per strada per colpa della guerra tra bande tutta interna a Forza Italia. Il Colle con 20 giorni di anticipo sulla scadenza di due giudici di nomina presidenziale Sabino Cassese e Giuseppe Tesauro (indicati a suo tempo da Ciampi) trova i nomi giusti per la loro sostituzione: uno è Zanon. L’altro è quello di Daria De Pretis, rettrice dell’università di Trento, professoressa di diritto amministrativo. Anche lei indipendente, con una carriera tutta interna all’ateneo trentino e tra gli amministrativisti, sulle orme di Fabio Roversi Monaco, rettore a Bologna per 15 anni. E’ moglie di Giovanni Kessler, ex deputato dei Ds, ex alto commissario per la lotta alla contraffazione e attualmente direttore dell’ufficio europeo antifrode.

Si dice che Matteo Renzi sognasse – per la fissa delle quote rosa – un’altra donna alla Consulta che “accompagnasse” Marta Cartabia. E infatti il presidente del Consiglio fa la ola: “Molto bene la decisione del presidente Napolitano, sono scelte di ottima qualità. Adesso il Parlamento non ha più alibi, si deve chiudere”. Di certo il Quirinale straccia il Parlamento: in questo modo, si legge in una nota del Colle, “il presidente della Repubblica ha inteso confermare la più alta considerazione per la Corte” e altrettanto dovrebbero fare le Camere, spiega in pratica.

Zanon è stato tra l’altro consulente retribuito da Silvio Berlusconi. Lo scoprì il Corriere della Sera nel 2011 nel pieno della bufera del bunga bunga. Uscirono fuori gli estratti conto dell’allora Cavaliere a olgettine e simili e tra le somme in uscita spuntarono anche i quasi 25mila euro devoluti al costituzionalista. “Interpellato dal Corriere – scrivevano Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella – il professor Zanon spiega che con quei soldi Berlusconi gli ha retribuito un parere pro-veritate regolarmente fatturato, chiestogli da uno dei legali del Cavaliere sull’eventualità che le dichiarazioni del premier a Santa Margherita, per le quali Berlusconi era stato denunciato dal gruppo l’Espresso di Carlo De Benedetti, potessero essere coperte dall’insindacabilità delle opinioni espresse nell’esercizio del mandato del parlamentare-Berlusconi”. 

Di certo il giurista è sempre stato a favore del dialogo tra le parti e le correnti di pensiero che soffiano anche nella grande famiglia dei costituzionalisti. Napolitano, per questo, aveva già scelto Zanon una volta, quando indicò la “commissione dei saggi” che avrebbe dovuto fare la cornice al quadro di riforme istituzionali che il Quirinale fortissimamente vuole da anni. La commissione di saggi comprendeva anche Valerio Onida, Quagliariello, Stefano Ceccanti, Violante. Ma erano i tempi di Letta, tutto era più difficile e anche il lavoro dei saggi si rivelò inutile. Dopo che a Letta fu assicurato di stare sereno, anche le riforme costituzionali sono state più facili, e senza saggi.

A Zanon piace il confronto e infatti è promotore di Italiadecide, associazione “di ricerca per la qualità delle politiche pubbliche”. Gli altri promotori sono Giuliano Amato, Alessandro Campi, Vincenzo Cerulli Irelli, Paolo De Ioanna, Gianni Letta, Massimo Luciani, Domenico Marchetta, Pier Carlo Padoan, Angelo Maria Petroni, Giulio Tremonti e ovviamente Luciano Violante.

Nella sua attività scientifica, spiega l’Ansa, si è occupato soprattutto di questioni relative alla posizione costituzionale dei parlamentari e della loro tradizionale libertà da vincoli di mandato ma anche di problemi attinenti al diritto regionale, alla giustizia costituzionale e alla tutela dei diritti fondamentali nell’ordinamento italiano e in ordinamenti stranieri e delle questioni concernenti il ruolo e i poteri della magistratura nel nostro sistema costituzionale. Ha fatto parte del gruppo di lavoro per la riforma dello statuto regionale della Lombardia ed è stato consulente della Commissione parlamentare per le riforme regionali. E’ membro del board “riforme e garanzie” della Fondazione Magna Carta, il cui presidente è Gaetano Quagliariello. In passato ha scritto editoriali per il Sole 24 ore e Il Giornale, attualmente collabora con Libero.

Zanon a suo tempo aveva anche dato un assist alle barricate dei parlamentari di centrodestra che si battevano “per la libertà” e cioè contro la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi in forza della legge Severino. Firmò, insieme ai colleghi Beniamino Caravita e Giuseppe De Vergottini, un parere “pro veritate” per rinviare le norme “indiziate” di incostituzionalità alla Consulta, di cui ora è chiamato a far parte. Il Parlamento però ignorò queste prese di posizioni. Le stesse, incidentalmente di Luciano Violante, di nuovo lui, che disse praticamente le stesse cose. 

L’ex membro del Csm ha poi difeso alcune delle leggi berlusconiane che la Corte costituzionale si è preoccupata di smontare pezzo per pezzo. Per dire: il lodo Alfano, quello per il quale eventuali processi a carico delle quattro più alte cariche dello Stato dovevano essere sospesi. Fu approvata nel 2008, cominciarono i vari appelli per la sua abolizione e Zanon decise di schierarsi dall’altra parte: “Crediamo – scrissero lui e altri 35 costituzionalisti – che siano aprioristiche e perciò dannose posizioni oltranziste nei confronti di misure come il cosiddetto ‘Lodo Alfano’, che si sforzano di bilanciare ragionevolmente i diversi interessi in gioco in quel conflitto tra politica e giustizia che dura da ormai troppi anni e al nostro Paese è costato la perdita di innumerevoli opportunità di crescita e sviluppo”. Infatti nell’ottobre 2009 la Corte costituzionale ribadì che c’è l’articolo 3, tutti sono uguali davanti alla legge e quindi il lodo Alfano andò a farsi benedire. O il Porcellum: per Zanon non era necessario buttare via tutto, bastava correggere qualche difetto per garantire il bipolarismo. 

Severo, invece, con i magistrati. In un’intervista a Tempi sulla responsabilità civile affermò: “Se in 25 anni hanno condannato solo 4 magistrati su 406 cause è per una clausola di salvaguardia sull’interpretazione del diritto che copre i giudici. Cambiamola”. In senso più stringente. E da membro del Csm, in diverse occasioni in cui il Csm si è riunito per procedure “a tutela” di magistrati bersaglio del leader del centrodestra, si è astenuto. Per esempio sulla pratica a tutela di Fabio De Pasquale, pm del processo Mediaset (nel quale Berlusconi è stato condannato definitivamente) ma in quel caso accusa nel caso Mills. De Pasquale era stato definito dall’ex Cavaliere “famigerato“. Ci vollero due riunioni per l’ok alla relazione perché su indicazione di Pdl e Lega i membri laici di “area” lasciarono i lavori e fecero mancare il numero legale.

Zanon fu anche tra coloro che chiesero di aprire una pratica nei confronti di Antonio Esposito, il presidente del collegio della Corte di cassazione che parlò con un giornalista del Mattino dopo aver pronunciato il dispositivo della condanna definitiva nei confronti di Berlusconi. E lo stesso fece quando un altro giudice parlò con altri giornali: in quel caso era Alessandro Nencini, presidente del collegio della corte d’appello di Firenze che aveva condannato Raffaele Sollecito e Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher.