Il Sinodo dei vescovi è finito ma le polemiche sono ancora roventi. Dopo la netta spaccatura tra “conservatori” e “progressisti” sull’apertura ai sacramenti per i divorziati risposati e il riconoscimento dei diritti per le coppie gay, prosegue il dibattito sui temi più hard che per due settimane hanno visto 253 partecipanti discutere in Vaticano alla presenza di Papa Francesco. Sull’utero in affitto è intervenuto il cardinale di Milano, Angelo Scola, che è stato padre sinodale, affermando che “rischiamo di mettere al mondo figli orfani di genitori viventi. E non sappiamo dove si andrà a finire”. L’arcivescovo ciellino, principale competitor di Bergoglio nel conclave del 2013, ha sollecitato gli studiosi dell’Accademia ambrosiana ad approfondire il tema legato “alla figliazione”, che a suo giudizio “sta diventando il problema antropologico numero uno”. 

Alla vigilia del dibattito Scola si era schierato apertamente contro l’apertura ai sacramenti per i divorziati risposati a differenza di quanto aveva fatto il suo predecessore, il cardinale Dionigi Tettamanzi, che però non era tra i padri sinodali, autore, tra l’altro, di un’importante lettera pastorale su questo tema intitolata “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”. Contrario alla comunione per i divorziati risposati anche un altro porporato che non ha partecipato al Sinodo, il cardinale Camillo Ruini, che si è opposto fermamente anche alle unioni civili. “Mi sono espresso al tempo dei Dico, – ha affermato Ruini in un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera – e non ho cambiato parere. È giusto tutelare i diritti di tutti; ma i veri diritti, non i diritti immaginari. Se c’è qualche diritto attualmente non tutelato che è giusto tutelare, e ne dubito, per farlo non c’è bisogno di riconoscere le coppie come tali; basta affermare i diritti dei singoli. Mi pare l’unico modo per non imboccare la strada che porta al matrimonio tra coppie dello stesso sesso“. Per l’ex presidente della Conferenza episcopale italiana è inutile parlare di unioni civili e non di matrimonio perché “se il contenuto è molto simile, serve poco cambiare il nome del contenitore”. 

Le posizioni più dure contro ogni tipo di apertura restano quelle espresse da due padri sinodali, i cardinali Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica, la “Cassazione vaticana”, ma che presto, come da lui stesso dichiarato, sarà rimosso dal Papa per l’incarico onorifico di patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, e Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e curatore dell’opera omnia di Joseph Ratzinger. Due porporati che durante la messa conclusiva del Sinodo e la beatificazione di Paolo VI non sono andati a salutare Papa Francesco come hanno fatto gli altri cardinali concelebranti. A dibattito in aula terminato, Müller si è presentato come difensore “della sacra e sana dottrina, che sono chiamato a tutelare”. E ha ricordato che “senza fede non si può celebrare un matrimonio sacramentale” e che non possiamo più dare per presupposta la fede “nella nostra epoca di secolarizzazione e incredulità”. Dichiarazioni alle quali ha già risposto Bergoglio nel discorso conclusivo del dibattito sinodale affermando che il Papa e tutti i vescovi “hanno il compito e il dovere di custodire e di servire la Chiesa, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al vangelo di Cristo e alla tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo, per volontà di Cristo stesso, il pastore e dottore supremo di tutti i fedeli e pur godendo della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa”.

Alle accuse di un “Sinodo dei media” diverso da quello reale dei vescovi e di un “dibattito censurato”, così come alle polemiche sulle traduzioni inglesi sbagliate proprio nel paragrafo in cui si parla dei gay , ha voluto rispondere direttamente il portavoce vaticano padre Federico Lombardi. In un’intervista ad Alessandro Gisotti su Radio Vaticana, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede ha affermato che “bisogna dire che è stato un Sinodo che si è svolto con un livello di trasparenza e di intensità di comunicazione certamente superiore a quelli precedenti. Questo era un po’ richiesto dal grandissimo interesse con cui era seguito. Naturalmente la comunicazione e gli echi sulla stampa nella comunicazione generale a volte sono poi un po’ squilibrati, magari si concentrano solo su certi temi e in questo caso erano ovviamente i due temi della comunione ai divorziati risposati e dell’omosessualità, che venivano sempre amplificati anche più di quanto non fosse giusto nell’insieme del Sinodo. Però – ha concluso Lombardi – nel complesso la ricchezza della comunicazione che c’è stata ha permesso di capire a tutti coloro che volevano effettivamente capire che cosa stava succedendo e di partecipare con una notevole intensità”. Ma il dibattito non è ancora finito.