“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Saranno oltre 200 gli editori italiani – su 7100 espositori mondiali provenienti da 103 paesi – presenti alla 66esima Fiera di Francoforte: la più importante fiera del libro a livello mondiale che si tiene nella città tedesca fino al 12 ottobre 2014. Una manifestazione ‘fisica’, di presenza materiale di libri, scaffali, venditori e acquirenti, che nonostante l’epoca del web, e della relativa smaterializzazione delle pubblicazioni cartacee, sembra ancora tenere: “Non siamo al punto estremo della massima di Nanni Moretti”, spiega al fattoquotidiano.it Luca Formenton, presidente del gruppo editoriale Il Saggiatore, direttamente da Francoforte, “anche se molti contratti si fanno già nel mondo digitale, venire alla ‘Buchmesse’ ha ancora senso, soprattutto a livello di contatto umano che serve alla finalizzazione e chiusura degli affari. Faccio solo un esempio per la nostra casa editrice: fu qui che scoprii da un piccolo editore americano, solo trenta giorni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il primo libro di Noam Chomsky sul tema (11 settembre – Le ragioni di chi, ndr). In due minuti ci accordammo e in tre mesi vendemmo quasi 100mila copie in Italia, più che negli Usa”.

“La componente personale in questo tipo di affari è ancora insostituibile”, rileva Massimo Turchetta, direttore generale della Divisione Libri Trade di Rcs, sempre dai saloni francofortesi, “certo sono diminuite le presenze, non c’è più il libro segreto da scoprire durante la Fiera, ma venire di persona qui è un modo per capire tendenze che anche una buona ricerca di mercato non riesce a rilevare”. L’avvio della vetrina internazionale, proprio tra gli spazi del Punto Italia – 274 metri quadrati gestiti dall’Associazione Italiana Editori (Aie) – sconta un nuovo dato in negativo del mercato editoriale del nostro paese: gli italiani che non leggono nemmeno un libro all’anno passano dal 55% al 57% e le vendite dei libri nei primi otto mesi registrano un calo già del 4,3%. “Il dato è ancor più impressionante perché è in diminuzione dal 2011, quindi in tre anni si registra un calo negli acquisti di quasi il 20%”, specifica il presidente dell’Aie, Marco Polillo. Da 3 miliardi e 300mila euro si passa a 2 miliardi e 700mila euro dell’ultimo anno, con tanto di fascia definita di “lettori forti” composta da circa 4 milioni di italiani che in media legge ‘solo’ 10-12 libri l’anno: “Siamo stati trionfalmente superati del numero di lettori portoghesi. Dietro di noi è rimasta solo la povera Grecia”, continua Polillo, “è una questione culturale davvero molto italiana quella di non amare i libri. Prendiamo l’esempio della lettura in metropolitana a Milano: 20 anni fa si leggevano i periodici, 15 anni fa c’è stato un breve intermezzo dei paperback, 10 anni fa tutti con gli occhi sulla free-press, oggi nessuno più legge nulla e tutti puntano lo sguardo sul display dello smartphone. Quando invece si sale su una metropolitana francese, inglese e soprattutto tedesca come qui a Francoforte il 90% dei passeggeri legge il suo bel libro. Leggere richiede calma, la velocità e la frammentazione della comunicazione via tweet non lo permette”.

Servono ancora alcuni dati per capire come il canale web abbia sì trasformato ritmi e modi di lettura, ma non abbia sostituito le quote del mercato delle storiche librerie: 10% è la quota di vendita dei libri cartacei attraverso Ibs, Amazon, ecc…; mentre è ferma al 3,5% la vendita dell’e-book nonostante le più grandi case editrici italiane abbiamo oramai il 100% delle loro novità disponibili in forma digitalizzata. Pochi giorni fa Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale Bompiani, aveva posto una questione sullo status socio-culturale della classica forma libro novecentesca a cavallo e con l’avvento del web: “Un libro è merce tra le merci oppure è qualcosa di diverso? La sua aura impone un trattamento particolare oppure è come un frigorifero?”. “Se solo vent’anni fa si fosse definito ‘prodotto’ un libro sarebbero rizzati i capelli in testa all’intero mondo editoriale. Oggi invece non c’è più imbarazzo nel chiamarlo così”, chiosa Polillo, “le forme frammentarie del web e le nuove strategie di marketing hanno sacrificato qualità e contenuti del libro. Anche se un recente studio scientifico, di cui abbiamo dibattuto proprio qui a Francoforte stamattina, sostiene che la capacità di attenzione nella lettura e di assimilare concetti letti è infinitamente superiore se la forma è cartacea invece che digitale”.