Alcuni fatti avvenuti nel week end, in Italia e fuori dai confini del nostro Paese, mi stanno facendo riflettere. Cominciamo dando uno sguardo al di là delle nostre frontiere. Domenica scorsa si sono rivisti in piazza a Parigi e a Bordeaux, in Francia, gli attivisti del movimento “Manif pour tous, ovvero “Manifestazione per tutti”, che da tempo nel paese Transalpino si battono contro la legge che ha consentito agli omosessuali di sposarsi, ovvero la cosiddetta “Mariage pour tous“. Ora la comunità Lgbt francese si sta battendo per ottenere il diritto di utilizzare metodi di concepimento quali l’utero in affitto e la procreazione assistita. Tecniche che, come noto, sono vietate alle coppie omosessuali – come avviene pure in Italia – ma vengono consentite a quelle eterosessuali, formalmente anche nel nostro paese dopo la bocciatura della Corte costituzionale di gran parte dell’impianto della legge 40.

Ora i movimenti tradizionalisti e conservatori vorrebbero che questa apertura “alla francese” non avvenisse, e che i figli si continuassero a fare “solo all’antica”, come recitava domenica uno slogan, escludendo di fatto dal diritto alla genitorialità biologica gli omosessuali.

Francamente ho seguito quanto avveniva oltralpe con un certo timore. Sono sempre preoccupata quando certi temi rischiano di diventare oggetto del contendere per le piazze e vengono, viceversa, trascurati o peggio ancora “accantonati” all’interno degli organismi che per definizione dovrebbero occuparsene, ovvero i parlamenti e tutte quelle assemblee politiche democraticamente elette.

Casualmente, in Italia, nello stesso weekend diverse manifestazioni hanno occupato altrettante piazze nelle quali si è dibattuto di temi in un certo senso molto simili a quelli discussi in Francia. Ad Aosta, a Bologna, a Torino, a Napoli e a Bergamo si sono svolte manifestazioni delle cosiddette “Sentinelle in piedi, ovvero di adepti di quel movimento (caso vuole sempre di origine francese) che vede effettuare pubblicamente una serie di reading silenziose, per manifestare contro la legge anti-omofobia e contro il suo presupposto attacco alla libertà di pensiero e di critica. Infatti, secondo questi militanti, che spesso sono espressione di partiti di destra, mettere sotto accusa un certo modo di pensare ed esprimersi – ovvero quello particolarmente irrispettoso degli omosessuali, delle lesbiche e dei transessuali, che pesca spesso tra i peggiori stereotipi di un nostro becerume sociale – significa attentare al sacrosanto diritto della libera espressione.

Le sentinelle quindi scelgono una piazza, lì si fermano e, stando in piedi, si mostrano mentre leggono (a voce bassa e senza farsi sentire) un libro aperto davanti ai loro occhi. Questa dovrebbe essere l’immagine stessa della libertà di pensiero minacciata.

Ad Aosta, domenica scorsa, questa iniziativa s’è scontrata con un contemporaneo appuntamento organizzato dall’Arcigay locale. Era in programma un flash mob a favore dei diritti della comunità Lgbt, nulla di più facile quindi che i due gruppi avessero dei contatti e si registrassero alcuni momenti di tensione. Un qualcosa di più che una semplice tensione s’è avuta invece a Bologna dove contro le “Sentinelle in piedi” – tra i cui membri erano riconoscibili esponenti del locale movimento di estrema destra Forza nuova – si sono presentati i centri sociali; spintoni e tentativi di venire alle mani hanno costretto le forze dell’ordine ad intervenire ed infine a transennare la piazza per far proseguire la manifestazione, già autorizzata.

Copione molto simile a Napoli, dove le “Sentinelle in piedi” si sono prese degli insulti da parte di alcuni passanti e hanno rischiato di fare da obiettivo al lancio di uova da parte di chi non la pensava al loro stesso modo.

Detto questo, personalmente, non approvo affatto qualsiasi atto di violenza contro questo tipo di manifestazione, che come tale, se democratica e non-violenta, ha tutto il diritto di esprimersi e trasmettere il messaggio che crede in modo completo ed esaustivo. Certo ci può essere chi è contrario, che però ha il dovere di esprimere questo suo dissenso allo stesso modo civilmente e senza degenerazione alcuna.

Come nel caso francese, però, i fatti italiani mi fanno riflettere e preoccupare. In piazza cominciano ad arrivare certi temi – per esempio, quello dei diritti che mancano alle comunità omosessuali – e la reazione che si registra è naturalmente scomposta, irrazionale, difficile da controllare e col rischio di una degenerazione (sul fronte dell’ordine pubblico) sempre dietro l’angolo. Non è il modo migliore di fare politica e quindi di decidere e di conseguenza legiferare sul tema!

Ma il fatto che si sia arrivati a questo punto è anche per un cronico e meschino assenteismo delle istituzioni sull’argomento. Ciò è apprezzabile persino in Francia, dove non mancano certo norme a favore delle unioni civili, ma un’evoluzione verso nuove forme di procreazione concesse anche alle coppie gay sì, e la cosa sta scatenando i movimenti per la strada. Questo però è ancora più evidente in Italia dove la legge contro l’omofobia, il cosiddetto disegno di legge Scalfarotto, ancora langue all’interno delle aule del morituro Senato e non se ne vede via d’uscita.

La minaccia, a questo punto, è che le piazze italiane si riempiano di quanti si oppongono o chiedono una legge sulle unioni civili; di quanti si oppongono o chiedono maggior chiarezza sul tema delle adozioni gay o di chi è contrario o favorevole alla registrazione alle Anagrafi locali dei matrimoni omosessuali contratti all’estero. Non vorrei che tutto questo portasse alla fine a ragionare come fa appunto la piazza, ovvero con mancanza di lucidità e al netto d’un certo impeto dell’ultim’ora. Vorrei, invece, che il nostro Parlamento con le sue leggi disbrogliasse la matassa di argomenti che languono oramai da tempo e che certe norme fossero licenziate come segno di progresso e di istituzioni davvero al passo coi tempi.