Boccia la proposta del Tfr in busta paga e sostiene l’urgenza di una riforma radicale del lavoro. Quindi avanti col Jobs Act, senza “regalare l’ultimo miglio alla paura”. Perché il problema è da affrontare “nella sua complessità e nella sua interezza” e “non si tratta del solo articolo 18“. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi al Forum della Piccola industria a Napoli parla del governo e della sua proposta per cambiare il mondo del lavoro. “L’Europa e i mercati, ma soprattutto noi italiani, non abbiamo bisogno di una legge qualsiasi, ma di una vera e radicale riforma del mercato del lavoro, che dia modernità all’intero impianto e un futuro costruttivo nostro Paese”. E anche per Matteo Renzi, da Assisi per le celebrazioni di San Francesco patrono d’Italia, sulla scorta del francescano “Và e ripara la mia casa”, tra le “cose da riparare” in Italia, c’è “innanzitutto il sistema del lavoro“.

Nel corso del suo intervento, Squinzi richiama proprio le parole del presidente del Consiglio che, nella direzione dem in cui ha prevalso il voto a favore del Jobs Act si era schierato con gli imprenditori, “lavoratori e non padroni che la sinistra si candida a rappresentare”. A chi “parla di noi come padroni” che vogliono “il lavoratore più debole e senza protezioni”, il leader degli industriali replica: faccia “un corso di formazione nelle nostre fabbriche“. Spiega che lui insieme alla classe dirigente che rappresenta non si sottrarrà “mai ad una collaborazione con il governo”, ma puntualizza che “deve esserci un luogo in cui ci si guarda in faccia e si decide, sarebbe auspicabile insieme”.  E’ “urgente lavorare insieme a grandi progetti Paese”, servono “grandi idee” e “tanta fiducia”: bisogna puntare su “dieci idee, non di più. Dieci grandi progetti” per crescita e fiducia. Riconosce che “a chi governa il coraggio non difetta”, ma avverte che “il coraggio più utile e degno di fiducia, è quello in grado di stimare il pericolo da affrontare”. 

Se Squinzi assicura massima collaborazione all’esecutivo, nega però qualsiasi mediazione sul fronte del Tfr in busta paga. A guadagnarne sarebbe soltanto il fisco, perché metterebbe a rischio la liquidità delle pmi. “Non accetteremo alcun tipo di soluzione che metta anche solo a possibile rischio la liquidità della piccola impresa italiana, che aumenti i costi e la complessità burocratica. Se questa è la strada che si intende seguire la risposta è semplice: no”. Aggiunge che “l’unica cosa che abbiamo compreso è che l’ipotesi sul Tfr fa sparire con un solo colpo di penna circa 10-12 miliardi per le pmi. Ho peraltro moltissimi dubbi che i lavoratori stessi aderirebbero a una simile proposta, se l’adesione fosse lasciata alla volontarietà, anche considerando la tassazione più elevata cui il tfr sarebbe assoggettato”. Per Squinzi la strada da seguire “è la progressiva riduzione del cuneo fiscale, unica soluzione stabile al rilancio della domanda interna”.

Oltre alla elevata tassazione sul lavoro, a preoccupare il leader degli industriali sono anche i dati sulla disoccupazione, che hanno raggiunto livelli “inaccettabili e che richiedono interventi particolarmente incisivi. Stiamo parlando della vita di quasi 6 milioni di italiani – ha aggiunto – non possiamo affrontare le sfide che ci attendono e rispondere alle sollecitazioni della crisi solo mettendo in campo azioni di difesa passiva”.

Allineato con il governo anche sull’esigenza di stimolare la crescita, senza lasciare sul podio delle priorità la politica di austerity sostenuta da Berlino. “La corda del cieco e ostinato rigore è stata tirata troppo a lungo e così dall’Europa della convergenza si rischia di cadere in quella delle decisioni unilaterali”. Proprio come ha fatto Parigi, che ha sforato i paletti del patto di stabilità. Il governo francese ha infatti confermato il ritocco al rialzo delle stime del deficit, al 4,4% del Pil per il 2014 e 4,3% per il 2015, con il rientro sotto il 3% solo a fine 2017. Dati che, avverte Squinzi, aprono però “un potenziale conflitto non solo con i rigoristi, ma anche con i Paesi che hanno dovuto bere l’amara medicina del rigore o del commissariamento“.

Squinzi sottolinea la priorità della riforma del lavoro, ma per il presidente del Consiglio attendono di essere riformati anche “il sistema dell’istruzione, perché se non si riparte dalla scuola non si va da nessuna parte, la Pubblica amministrazione e la giustizia“.