Ecco cosa ho visto oggi attraversando il cuore occupato di Hong Kong. Ecco i motivi per cui amo questa città dignitosa, pacifica e organizzata.

Riassunto delle puntate precedenti. Gli studenti, i democratici e una gran parte della società civile chiedono da mesi la libertà di poter finalmente scegliere il proprio governatore attraverso elezioni democratiche che rispettino gli “standard internazionali”. Il 31 agosto Pechino ha risposto qualcosa che suona più o meno così: “Scordatevelo. Anche se vi daremo il suffragio universale nel 2017, chi dovrete votare lo decideremo comunque noi”. Dallo scorso venerdì, è chiaro che non solo Hong Kong non se lo vuole scordare, ma vuole farlo sapere a tutto il mondo. E domenica sera, la polizia ha cercato di disperdere la folla con gas lacrimogeni e spray urticante. Ma non c’è riuscita. Anzi.

Da Occupy Central a Occupy Hong Kong. In principio era Occupy Central, movimento politico pandemocratico finanziato dal magnate dei media anti Pechino Jimmy Lai. In principio, negli ultimi sei mesi, le proteste si sono sempre e solo svolte in modo intermittente nel cuore finanziario della città, Central appunto. Poi, venerdì 26 settembre, il movimento studentesco ha occupato la zona attigua di Admiralty. E ieri, dopo due giorni di proteste, gruppi di normali cittadini senza alcuna appartenenza a schieramenti predefiniti ha allargato la protesta alla zona commerciale di Causewaybay e a quella popolare di Mong Kok. Ora la città si sta preparando a un’altra lunga notte in queste zone. Il clima, almeno fino alle 11 di sera, sembra però molto più disteso di ieri. La folla canta, agita decine di migliaia di telefonini accesi come fossero fiammelle blu. La polizia non si muove.

Mani in alto contro la violenza. “Siamo gente pacifica, lo scriva. Siamo gente pacifica che non ha risposto e non risponderà alla violenza. Noi vogliamo solo essere ascoltati. Noi vogliamo essere liberi di scegliere la vera democrazia. Non ce ne andremo, lo scriva. Terremo le mani alzate e non ce ne andremo”. Ecco, fatto.

La prima “Umbrella revolution”. Gli ombrelli stanno diventando il simbolo di questa protesta. Gli ombrelli per ripararsi dal sole quando qui si superano ancora i 30 gradi a fine settembre ma, soprattutto, gli ombrelli per proteggersi dallo spray urticante sparato dalla polizia nella serata di ieri. Su Twitter è già partito l’hashtag #UmbrellaRevolution.

Primo soccorso e kit anti spray per tutti. “Portate ombrelli, soluzione salina, occhialini da piscina e maschere chirurgiche”, è l’appello che in varie forme oggi girava sui social e nelle chat. Hong Kong si prepara comunque a resistere a un eventuale altro attacco coi gas lacrimogeni e lo spray urticante: ogni cinquanta metri i manifestanti hanno allestito dei punti di primo soccorso in cui gruppi di studenti con una fascia bianca e rossa al braccio distribuiscono bottiglie d’acqua, mele, banane, biscotti, fazzoletti e mascherine. Su Facebook un video mostra un gruppo di ragazze che, durante il sit-in, confeziona maschere anti spray tagliando a metà delle bottiglie di plastica trasparenti.

Il supporto della comunità. Molte chiese e l’Hong Kong Centre for Performing Arts di Wanchai sono rimasti aperti durante la notte per dare ristoro ai manifestanti. Dalle sedi delle università, fuori dal centro cittadino, partono da stamattina shuttle bus che trasportano studenti e chiunque voglia raggiungere il cuore della manifestazione. Alcune giovani mamme (anche straniere) che vogliono rendersi utili pur non lasciando i figli  piccoli a casa, portano alle fermate di questi bus in partenza generi di conforto, cibo e bevande calde, da consegnare ai punti di assistenza.

Nessun danno e raccolta differenziata. Hong Kong è l’unica città al mondo in cui quasi 80 mila persone possono scendere in strada, per tre giorni di fila, e non scalfire neanche una vetrina, rovesciare una macchina, dare fuoco a un cestino. Ho visto ragazzi raccogliere la propria immondizia dopo il bivacco notturno e differenziare nei bidoni il contenuto di enormi sacchetti. Ne ho visti altri formare varchi ordinati per far passare cittadini in sedia a rotelle, anziani, semplici passanti in tenuta da lavoro. La disciplina e il rispetto in questi momenti sono impressionanti.

La censura cinese. Provate a seguire i tweet o a visitare il sito della principale agenzia giornalistica di Pechino, www.xinhuanet.com. Tra il compleanno di Confucio e l’uscita della nuova XBox, passando per il gay pride serbo, chi riesce a trovare un solo accenno a questa protesta che sta facendo il giro del mondo vince una bambolina. Cinese, ovviamente.

Codice segreto via Fire Chat. Oggi nella zona dell’occupazione i telefonini non funzionavano. Niente web, niente email, difficile persino prendere la linea. Camminando tra Causewaybay e Admiralty, il mio telefono ha smesso di comunicare esattamente a Wanchai, cioè a metà strada. Intorno al palazzo del governo: zero segnale. Ma gli studenti sono organizzatissimi, niente è improvvisato: bastavano due lettere e un paio di numeri comunicati via Fire Chat (l’app che permette di scambiare messaggi anche in assenza di rete) per spostare e convocare i flussi dei manifestanti che sembrano darsi il cambio con un ritmo prestabilito. Ogni sigla ha un significato e indica un luogo, un’ora, un tipo di assembramento. Oggi uno studente mi ha mostrato un messaggio in memoria che, secondo lui, significava: “E’ il momento di occupare Mong Kok”. Erano due vocali e una cifra.