Sabato prossimo, 20 settembre, ci sarà una strana festa, a Milano, per uno strano anniversario. Un inconsueto aperitivo musicale, nella città che ha inventato questo rito poi esportato in tutta Italia. Sarà nei giardini pubblici di viale Montello, a un passo da Paolo Sarpi e dall’Arco della Pace. Quei giardini erano, anni fa, uno spazio delimitato dai muri sbrecciati delle case bombardate nell’ultima guerra mondiale e occupato dalla “Scuola di piccolo circo”. Il tendone fu sfrattato perché l’allora sindaco Letizia Moratti aveva deciso che quell’area dovesse diventare un parcheggio. Un comitato di quartiere, dopo aver difeso invano il circo, chiese che lo spazio diventasse un parco pubblico. Il nuovo sindaco Giuliano Pisapia disse sì e intitolò il giardino a Lea Garofalo, che con la figlia Denise abitava proprio lì di fronte, in viale Montello.

Chi è Lea Garofalo? È la donna uccisa a Milano perché si era ribellata alla sua famiglia mafiosa. Scomparve il 24 novembre 2009, sequestrata in pieno giorno dall’ex marito che le aveva dato appuntamento all’Arco della Pace. Per anni, Milano, la Milano in cui “la mafia non esiste”, sembrò non accorgersi di questa “lupara rosa” accaduta a un passo dal centro. Poi sono accadute delle piccole rivoluzioni. Il 20 settembre di tre anni fa, qualche ragazzo di Libera che aveva sentito parlare della storia di Lea si presentò nell’aula del tribunale dove si celebrava la prima udienza del processo ai Cosco, accusati di aver fatto sparire la donna. Quel giorno c’erano pochi ragazzi di Libera e tanti familiari dei Cosco, che tifavano per gli imputati chiusi nelle gabbie e irridevano la donna che, chissà, forse era a spassarsela in Australia. Udienza dopo udienza, i rapporti si sono invertiti: erano sempre di più, i ragazzi di Libera, silenziosi e attenti, che con il passaparola arrivavano a portare la loro solidarietà a Denise, la figlia di Lea che voleva giustizia per sua madre ed era costretta a vivere sotto scorta. Lea non era a spassarsela in Australia. Il processo era arrivato all’appello, quando un pentito della famiglia Cosco fece ritrovare i resti della donna che era stata attirata in una trappola, era stata strangolata con la corda di una tenda e poi il suo corpo era stato infilato in un bidone e bruciato. Quattro anni dopo la scomparsa, il sindaco Pisapia ha voluto che Milano celebrasse un funerale solenne per ricordare a tutti che una donna non può sparire dal centro di Milano ed essere inghiottita dal nulla della distrazione e della dimenticanza. Quel giorno, con quei funerali pubblici e solenni, fu decretata anche la fine del negazionismo sulle presenze mafiose a Milano.

I ragazzi hanno continuato a presentarsi nell’aula del processo udienza dopo udienza, fino alla sentenza di primo grado e poi fino alla condanna in appello. Anche per manifestare sostegno a Denise che non vuole darla vinta ai mafiosi, non vuole andarsene da Milano. Il gruppo dei ragazzi ha continuato a fare incontri e attività anche dopo la fine del processo. Il 20 settembre, appunto, sarà il terzo anniversario di quella prima udienza al palazzo di giustizia di Milano in cui tutto iniziò.

Ecco perché sarà una giornata di festa: di festa e di memoria. Poche prediche e tanta musica. Alle 19, uno spettacolo teatrale (“Gli anni della peste”) messo in scena dai ragazzi su testi del giornalista Fabrizio Gatti che racconta la storia del primo pentito di ’ndrangheta. Alle 20, aperitivo con i vini e gli altri prodotti di Libera Terra che nascono su terreni confiscati alla ’ndrangheta, a Cosa nostra e alle altre organizzazioni criminali. In attesa che anche a Milano nasca finalmente qualcosa come “Addio Pizzo”, che a Palermo segnala i locali mafia-free.

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Il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2014