C’è una speranza per Padre Dall’Oglio, gesuita rapito in Siria settentrionale il 29 luglio del 2013 in Siria. Dall’Oglio è vivo e si trova nella mani di jihadisti iracheni. A parlare al Corriere della Sera è l’intellettuale siriano Michel Kilo, che ha anche aggiunto che nella sua stessa prigione si troverebbero Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volotnarie italiane rapite in Siria a fine luglio. Secondo la fonte siriana, il gesuita romano è detenuto in un rifugio nella cittadina siriana di Raqqa, controllato da militanti iracheni dello Stato Islamico. L’intellettuale 74enne, tra le voci più forti in opposizione alla dittatura siriana, non specifica le fonti delle sue inforazioni, ma precisa che “i suoi carcerieri sarebbero jihadisti iracheni, meno affidabili dei precedenti, più pericolosi di quelli siriani di Raqqa. Con lui, non nella stessa cella, potrebbero esserci anche le due italiane“.

Intellettuale siriano, cristiano di nascita ma noto per le sue posizioni aconfessionali, Kilo è uno dei dissidenti politici più noti, arrestato per la prima volta nei primi anni Ottanta per la sua attività di oppositore alla dittatura siriana. Michel Kilo racconta anche alcuni dettagli sulla sparizione del gesuita, spiegando che Dall’Oglio è stato rapito “da militanti dello Ahrar al-Sham“, un gruppo armato siriano che raduna varie formazioni minori d’impronta ideologica islamista e salafita; una sorta di brigata che durante la guerra civile siriana lottava per abbattere il governo, diffusamente giudicato autoritario, di Bashar al-Assad. Il gruppo, sempre secondo l’intellettuale, lo avrebbe poi consegnato ai capi dello Stato Islamico, forse dopo il pagamento di un riscatto.

“Rinchiuso per diversi mesi nel palazzo del governatore di Raqqa, il quartier generale dei jihadisti – continua Michel Kilo – con lui vi molti prigionieri occidentali, credo anche James Foley, il primo dei giornalisti americani decapitati“. Ma ora il gesuita sembra essere stato trasferito “in un carcere diverso. I suoi carcerieri sarebbero jihadisti iracheni, meno affidabili dei precedenti, più pericolosi di quelli siriani di Raqqa. Con lui, non nella stessa cella, potrebbero esserci anche le due italiane”. Le tracce di Padre Dall’Oglio si sono perse da oltre un anno tra le pieghe del territorio siriano, gesuita romano che per trent’anni, e fino alla sua espulsione nell’estate 2012, ha vissuto e lavorato nel suo Paese d’adozione in nome del dialogo islamo-cristiano. Tempo addietro era stata diffusa l’ennesima notizia, non confermata, che Padre dall’Oglio era stato ucciso dai miliziani qaedisti. Attivisti locali hanno poi smentito, affermando che l’uomo è prigioniero, ma ancora vivo. Di inizio agosto un appello della famiglia ai rapitori perché facciano sapere la sua sorte.

E al giornalista che gli chiede se siano in corso trattative Kilo risponde: “Prima c’erano. Ma adesso per Dall’Oglio la situazione si sta complicando, rischia molto più di prima”. “La partecipazione militare italiana alla nuova coalizione guidata dagli americani contro lo Stato Islamico introduce l’elemento politico. Lo abbiamo appena visto con la decapitazione dell’ostaggio inglese – continua l’intellettuale siriano – I jihadisti ricattano e puniscono i Paesi che si alleano contro di loro”. La testimonianza di Michel Kilo arriva a pochi giorni dalla nascita della formazione anti-Isis, e dopo le dichiarazioni del sottosegretario agli Esteri Mario Giro, di voler “riportare a casa gli ostaggi italiani, non importa come”. “Ogni paese è sovrano per quanto riguarda la scelta se trattare o meno” con i rapitori, ha aggiunto il ministro, facendo un implicito riferimento alla politica inglese e statunitense, contraria a scendere a patti con i jihadisti, e quindi anche a pagare ogni forma di riscatto. Così l’Italia si distanzia dalle scelte del presidente Usa Barack Obama e del primo ministro David Cameron, entrambi chiari sostenitori dell’equazione che uguaglia il pagamento di un riscatto all’Isis ad un finanziamento diretto del gruppo armato.

Vanessa e Greta, “stanno bene e non sono in mano all’Isis”
Rispetto alla situazione delle due volontarie italiane rapite in Siria, Vanessa e Greta “stanno bene”. Lo ha detto ad Aki-Adnkronos international un ufficiale dell’esercito libero siriano nei pressi di Aleppo, dove le due volontarie sarebbero state sequestrate da un commando armato, escludendo che siano in mano allo Stato islamico. “C’è uno stallo nelle trattative in corso per la loro liberazione”, ha aggiunto l’ufficiale – che vuole restare anonimo – spiegando che i rapitori delle due italiane “non sono legati all’Isis”. Se le trattative non andassero a buon fine, però, “ci sarebbe il rischio che vengano trasferite” a un altro gruppo, non escluso i jihadisti dell’autoproclamato Califfato. “Da parte nostra cerchiamo di evitare di diffondere notizie che riguardano la trattativa in corso per l’incolumità loro e degli altri ostaggi, che sono più di venti, in maggioranza stranieri”, ha aggiunto l’ufficiale. La fonte non ha voluto identificare a quale gruppo appartengano i rapitori, aggiungendo che ”non fanno parte della rivoluzione siriana” che dal marzo 2011 combatte contro il regime di Bashar al-Assad. Il 6 agosto il sito di informazione Syria Mubasher aveva ricostruito la dinamica del rapimento delle due cooperanti, spiegando che sarebbero state prelevate “da parte di un gruppo armato sconosciuto dall’abitazione del capo del Consiglio rivoluzionario della zona”. Le ragazze, stando alla ricostruzione, dovevano “rimanere per qualche giorno nella casa”. Una fonte siriana che parteciapa alle indagini in corso, inoltre, ha confermato che le due ragazze non sono in mano ai jihadisti dello Stato Islamico. Si trovano invece a ovest di Aleppo, nel nord della Siria, nella zona dove sono scomparse a fine luglio.

Sono sei gli italiani rapiti nel mondo, tre in Siria
L’ultimo episodio di sequestro di cittadini italiani all’estero è stato quello di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie rapite in Siria a fine luglio. Il sequestro delle due ragazze in Siria, allunga quindi la lista degli nostri connazionali sequestrati nel mondo, che arriva così a sei casi. Prima del rapimento delle due giovani ragazze, l’ultimo caso era stato quello di Marco Vallisa, il tecnico italiano sequestrato il 5 luglio in Libia. Sempre il Libia, il 22 marzo si sono perse le tracce di Gianluca Salviato, impiegato per una società che opera nel settore della costruzioni. L’uomo è stato rapito nella Cirenaica e c’è apprensione per la sua sorte, in quanto soffre di diabete e necessita insulina. Mentre da oltre due anni non si hanno notizie del cooperante Giovanni Lo Porto, palermitano sequestrato in Pakistan il 19 gennaio 2012, insieme a un collega tedesco, a Qasim Bela, nella provincia del Punjab, dove lavorava per la ong tedesca alla ricostruzione dell’area messa in ginocchio dalle inondazioni del 2011