Quando Carlo Cottarelli è arrivato in Italia, nell’ottobre 2013, era stato avvertito: “Se lei avrà successo, sarà il prossimo ministro dell’Economia, se andrà male farà da consulente al prossimo commissario per la revisione della spesa”. Come è finita è noto: dopo la legge di Stabilità, Cottarelli tornerà al Fondo monetario internazionale. La sua esperienza è stata un flop: molte buone idee, una mole di analisi accurate, proposte concrete ignorate. La politica economica non la fanno i commissari, ma i governi: Enrico Letta lo aveva arruolato come consulente, per ricevere dall’esterno quelle ricette che il governo da solo non sapeva elaborare. Poi è arrivato Matteo Renzi con una linea diversa: i tagli e le spese li decide Palazzo Chigi, cioè il governo, cioè la politica, non un tecnico che mai è stato votato.

Per un anno Cottarelli ha mobilitato economisti ed esperti, ha scritto un programma di lavoro concreto che difficilmente entusiasmerà le masse ma che potrebbe risolvere molti problemi: ha spiegato come ridurre davvero gli sprechi negli acquisti pubblici (creare un librone dei prezzi e costringere gli enti a passare sempre attraverso la centrale acquisti della Consip), ha elencato le aziende municipalizzate da chiudere, quelle che producono solo poltrone e non servizi, si è occupato anche di ferrovie e costi della politica, ha caldeggiato interventi sulle pensioni. Ma Renzi decide da solo e, come ha spiegato al Sole 24 Ore, la sua priorità sono le riforme che generano consenso, non quelle impopolari. Meglio scontentare economisti, sindacalisti e confindustriali piuttosto che gli elettori. Quindi Cottarelli è inutile, torni pure al Fmi (“è lui che lo chiede”, assicura il premier).

A riempire il vuoto ci dovrebbe pensare Yoram Gutgeld, deputato Pd che in materia di economia è ascoltato dal premier. Gutgeld è preparato e con idee radicali, gli auguriamo tanta fortuna (ha anche il vantaggio di muoversi con discrezione e senza incarichi formali). Ma il problema non è il nome: in questi anni si sono avvicendati manager, accademici e politici, da Enrico Bondi a Francesco Giavazzi a Giuliano Amato e Piero Giarda. Risultato: zero, la spesa non si taglia. E questo non è neppure un male, sostiene qualcuno, visto che meno spesa (anche inutile) implica una recessione più grave.

È ormai evidente che il metodo è sbagliato: non si può partire dalla cifra, “dobbiamo tagliare 32 miliardi in tre anni” e poi decidere dove e come. Semplicemente non funziona. Meglio cambiare approccio e fare riforme, comparto per comparto – dalla difesa al lavoro – che producano crescita ma anche risparmi. I tagli devono essere il mezzo, non il fine. Altrimenti l’unico taglio che i governi decidono è quello del commissario.

Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2014