Ha ragione il sociologo Ulrich Beck quando certifica che “la modernità si ripiega su se stessa. E’ l’epoca della modernizzazione della modernità, con categorie zombie e istituzioni zombie, che sono morte ma ancora viventi”. Il caso ucraino, così come tanti altri a latitudini più remote, certifica che il secolo breve poco ha insegnato. Il risultato è che latita una benché minima forma di programmazione lungimirante, non si investe sul futuro e si bada solo al corto respiro, ognuno guardando con attenzione al proprio cespuglio, mentre a pochi metri da casa la foresta tutta rischia un maxi incendio.

“Non voglio una nuova Guerra Fredda”, ha detto il numero uno della Nato Rasmussen alla stampa russa. “Ricordo bene quando la cortina di ferro e il muro di Berlino dividevano l’Europa”. Ma il passo successivo è un altro: che cosa abbiamo imparato dal crollo del Muro? Le nuove opportunità son state messe a frutto o corriamo il rischio di passare da una divisione di fatto ad una nell’etere che produce effetti ben più gravi?

E’ un dato oggettivo che nell’ultimo quarto di secolo un’apparente ottimismo abbia caratterizzato i destini delle cancellerie europee, ma il focolaio che si è acceso in Ucraina ci fa tornare tutti con i piedi per terra a causa di una serie di reazioni a catena che potrebbero diventare incontrollabili. Le sanzioni occidentali contro Mosca hanno avuto l’effetto di terremotare quei flussi di rubli che ogni mese danno ossigeno al vecchio continente. Non dimentichiamo che una delle prime terre toccate (e beneficiate) dal business russo è stata l’Inghilterra, con il noto Roman Abramovich che ha suggellato il proprio azionismo acquistando la squadra di calcio del Chelsea, ma anche in Italia si inizia ad intravedere la mano di Mosca, con il colosso russo Rosneft che è salito al 13% di Pirelli. Non parliamo poi di Gazprom, che ormai è un attore protagonista dei destini europei. Quindi, non proprio noccioline. 

In secondo luogo la Russia, come reazione, ha imposto il blocco alimentare da Usa, Europa, Australia con la conseguenza che oggi Mosca per provvedere a quel gap alimentare (che sta costando parecchio anche alle aziende italiane) si rivolge a Cina e Iran, ricambiando frutta e verdura con armi e know how. Ma se Pechino in fondo non ha poi così tanto bisogno della tecnologia militare russa, in quanto già all’avanguardia sotto quel profilo, il rischio che prende forma si materializza a Teheran, in quanto si innescherebbero una serie di riverberi geopolitici delicatissimi, vista la permanente instabilità nell’area a cavallo tra Iran, Iraq e Medio Oriente tutto.

Ecco che, a questo punto, l’agenda delle cancellerie dei cinque continenti dovrebbe prendere una forma maggiormente diplomatica e dettata dalla logica. All’ordine del giorno non vi è più solo la conservazione e il possibile ampliamento di quel cespuglio, ma l’eventualità che la foresta globale subisca un rapido e incontrollato disboscamento si materializza all’orizzonte. Con un “fuggi fuggi generale” che sarebbe il peggior risultato possibile.

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