La più grande epidemia di Ebola degli ultimi quarant’anni continua a mietere vittime, ad oggi i decessi soprattutto in Africa sono stati quasi 2100. Non esiste un antidoto ma dall’Italia arriva una speranza di cura: un team di ricercatori ha prodotto un vaccino anti-virus nei laboratori della Irbm Science Park di Pomezia. Di recente l’Organizzazione mondiale della Sanità ha richiesto diecimila dosi del prodotto e da qualche giorno è iniziata la sperimentazione su un gruppo di volontari a Washington. L’ok a testarlo sull’uomo è stato dato dalle autorità sanitarie internazionali, dopo che lo stesso aveva avuto un riscontro positivo al cento per cento sulle scimmie.

Da cinque anni il professor Riccardo Cortese (uno dei più brillanti scienziati mondiali nel campo dei vaccini) stava sviluppando questo vaccino che – spiega a IlFattoQuotidiano.it – “ha un approccio diverso dagli altri perché, oltre a sviluppare anticorpi contro l’agente infettivo, va ad agire sulle “cellule killer” già presenti nel nostro corpo”. Per intenderci, è come se nel corpo si preparasse un piccolo esercito di soldati, “se la vogliamo dire così, iniettiamo una sostanza che è in grado di svegliare, armare e attivare questi soldati. Nell’organismo abbiamo un esercito che è a riposo e che agisce se c’è un’infezione, però magari non fa in tempo. Noi invece svegliamo questi soldati prima che avvenga l’infezione; quindi sono pronti. Per dirla in modo semplice, noi allertiamo le cellule killer e gli diciamo: guarda che nei prossimi mesi potresti trovare questo agente patogeno. Così quando il virus arriva, loro sono pronte e lo neutralizzano all’istante”.

Il vaccino italiano è diverso per natura dallo Zmapp, il siero anti Ebola prodotto a San Diego, California, e grazie al quale alcune persone sono guarite dalla malattia. “A differenza dal prodotto statunitense che viene somministrato a chi già ha contratto la malattia, il vaccino che ho prodotto insieme al team Okairos – spiega il professor Cortese – viene dato a chi non è ancora affetto dall’Ebola, perché il nostro obiettivo è quello prevenire lo spargersi della malattia”.

Lo Zmapp e il vaccino inventato in Italia, per il momento sono soltanto delle speranze, seppur valide e approvate dall’Oms che, d’accordo con le autorità di garanzia sanitaria internazionali e vista la gravità della situazione soprattutto in Liberia, Guinea, Sierra Leone e Nigeria, ha deciso di dare l’ok alla sperimentazione sull’uomo riducendo al midollo i tempi e le procedure tecnico-scientifiche del caso.

“Il vaccino sperimentale anti-Ebola – spiega a IlFattoQuotidiano.it il dottor Piero Di Lorenzo, presidente del Irbm Science Park Spa – concepito e realizzato da Okairos, in collaborazione con l’Nih (National institute of health, ndr) e prodotto dalla joint venture tra Okairos ed Irbm, è stato di recente approvato dalla Fda (Agenzia statunitense per gli alimenti e i medicinali, ndr) per trials clinici nell’uomo, che sono iniziati negli Usa e in Inghilterra a partire dal 28 Agosto. La Okairos, diretta dal professor Riccardo Cortese ha lavorato alla creazione di una nuova tecnologia, un ibrido di terapia genica e immunoterapia, per scoprire nuovi vaccini contro malattie per le quali i metodi tradizionali hanno fallito”.

Nessun allarme in Italia. Per il momento nel nostro Paese non ci sono stati casi di Ebola e anzi è stata intensificata l’attività di sorveglianza alle frontiere (porti e aeroporti). Ma come si agirebbe se dovesse esserci un caso, viene spiegato dal dottor Matteo Bassetti, direttore del reparto malattie infettive dell’Ospedale di Udine: “Per l’Ebola al momento non esiste una cura riconosciuta come tale dalla scienza. I sieri o i vaccini che si stanno producendo, devono ancora avere una determinata risultanza casistica di successi per poter affermare che siano efficaci secondo gli standard internazionali. Vengono usati sull’uomo o lo saranno perché vista l’emergenza, è stato opportuno provarli dopo che hanno avuto dei risultati positivi sulle scimmie. In Italia, ad oggi non ci sono stati casi ma se si verificassero, dovrebbero essere centralizzati allo ospedale Spallanzani di Roma o al Sacco di Milano. Poi verrebbe dato supporto medico per quanto riguarda la cura dei sintomi e, viste le buone notizie che arrivano dalla sperimentazione, è probabile che anche in Italia si dovrebbe parlare di approvvigionarsi dei sieri o dei vaccini. Io credo che vista l’eccezionalità di un eventuale caso si potrebbe agire così, comunque la problematica dovrebbe essere affrontata da un comitato etico per avere il nullaosta ad usare dei farmaci non registrati e non sperimentati”.