Davide-Bifolco-FacebookE’ un’onda lunga di rabbia, odio e disperazione che al Rione Traiano, periferia Occidentale di Napoli, sembra travolgere tutto e tutti. Davide Bifolco tra pochi giorni avrebbe compiuto 17 anni, un colpo di pistola esploso accidentalmente da un revolver di un carabiniere – ora indagato per omicidio colposo – gli ha strappato la vita. Guidava uno scooter non suo, senza assicurazione ed era privo di patente. Non era solo. In sella con lui c’erano altre due persone: un pregiudicato e un latitante. All’alt dei militari dell’Arma inizialmente non si sarebbe fermato. Poi ha desistito. Quando erano in corso gli accertamenti, la tragedia.

Davide – come tanti testimoniano – era un bravo ragazzo, incensurato e non aveva mai avuto problemi con la giustizia. La domanda è cinica e spietata ma legittima: perché Davide, il bravo ragazzo, era nel cuore della notte in compagnia di due brutti ceffi ed a zonzo per la città? Le indagini faranno il loro corso. Se il carabiniere per imprudenza, paura e avventatezza ha sbagliato pagherà come è giusto che sia. Lo Stato deve fare lo Stato. Le forze dell’ordine devono garantire nel loro difficile compito la legalità e non infrangerla.

Sullo sfondo c’è una città allo sbando, comatosa, luttuosa. Ci sono almeno due nuove generazioni cresciute all’ombra di faide, guerre e con gli spacciatori sotto casa. Davanti a loro non c’è nulla, il vuoto. Insomma, fare un giro di notte con chi capita è “normale”. Le vite sono a perdere. Mi fermo e lascio ai “professionisti” che si nutrono di tragedie la retorica, le parole urlate e la solita morale. Esterno preoccupazioni. Lo scrivo senza polemica, solo esercitando una critica non autoassolutoria: il Governo cosa fa? Nell’agenda dell’esecutivo c’è di tutto di più. Si affrontano emergenze su emergenze. L’etica è quella del fare. Si fanno annunci. Si mostrano slide. Bene, bravi, bis. C’è un Sud Italia che ansima. Non è il solito film in bianco e nero. Occorre adesso aprire gli occhi, guardare con sguardo vivo nel ventre e nelle periferie delle città del Sud. La miccia è accesa. L’esplosione può accadere in qualsiasi momento. E non so se qualcuno si salverà. “Cambiare verso” è da queste parti davvero un’urgenza.

In meno di quattro giorni a Napoli hanno scorazzato per le strade di Materdei, Barra, San Giovanni e Ponticelli vere e proprie bande armate, squadriglie del male, gruppi di fuoco “esibitesi” in azioni dimostrative, incuranti dell’ora, della probabilità di colpire persone innocenti o finire nelle maglie della giustizia. Sventagliate di kalashnikov contro obiettivi sensibili per “avvisare” che ora e forse per poco ci sono nuovi padroni. Davanti agli occhi di tanti si sono consumate scene di puro terrore. Raid armati che hanno lasciato sul selciato fino a 40 bossoli.

Non siamo in Iraq, in Siria oppure in Ucraina ma in una città italiana, di un paese occidentale che ha contribuito a fondare l’Unione europea. Le scene non erano tanto dissimili da quelle che ci fanno vedere gli inviati di guerra da quei disgraziati territori. Ciò che preoccupa è quel maledetto vestito di normalità, indifferenza, giustificazionismo che da sempre i meridionali mostrano per esorcizzare la realtà. Lo sguardo è rivolto a San Gennaro e a lui va il ringraziamento, se nessuno ci ha rimesso le penne. Invece, un mese fa, neppure la forza di San Ciro ha potuto fare nulla a Portici. Mariano Bottari, 75 anni, pensionato ha incrociato sulla sua strada mentre faceva la spesa un proiettile vagante esploso da due malviventi durante il tentativo di rapina a un imprenditore. E’ morto. Un’altra vittima innocente, l’ennesima. Sono oltre 300 in Campania. Cifre da guerra che nessuno riconosce e più che altro vuole davvero combattere.

Ecco, il premier Matteo Renzi nei vari summit internazionali inserisca anche le regioni dell’Italia meridionale, zone di guerra a bassa intensità, da pattugliare e pacificare da una forza Onu o Nato. Davide è stata l’ennesima vittima. Come altri paga un prezzo altissimo di essere nato e cresciuto in una terra apparentemente “normale” ma endemicamente in guerra.

Twitter: @arnaldcapezzuto