“Se questo video è autentico, siamo disgustati dal brutale atto che spegne la vita di un altro innocente cittadino americano”. La prima reazione alla decapitazione di Steven Sotloff è affidata alla portavoce del Dipartimento di Stato, Jen Psaki. Barack Obama non è, non lo è mai stato, un politico avventato o emotivo. Ogni suo gesto, a detta di amici o nemici, è sempre il frutto di un’attenta considerazione delle forze in campo. Spesso il presidente preferisce restare un passo indietro, piuttosto che farne uno avanti, quando il passo avanti potrebbe essere un azzardo. “Penso di avere imparato una cosa di Obama. E cioè che è molto prudente. Talvolta troppo prudente”, ha detto di recente la senatrice democratica Dianne Feinstein, una delle alleate più fidate della Casa Bianca.

In questo caso Obama non potrà però dimostrarsi così “prudente”, almeno a parole. E non tanto per le frasi di aperta sfida indirizzategli da “John il britannico”. Il fatto è che la morte di Sotloff, la barbarie della sua uccisione – dopo l’altro assassinio di un giornalista americano, James Foley – scatena un’onda emotiva vasta nell’opinione pubblica e nella politica americana, mettendo a rischio la linea di intervento militare “minimo” sin qui seguita dalla Casa Bianca. “Ci sarà un gran clamore perché il presidente prenda un’azione militare dura”, ha spiegato Daniel J. Benjamin, ex-coordinatore antiterrorismo del Dipartimento di Stato. Il clamore è d’altra parte già iniziato nei giorni scorsi – “Credo che i miliziani vogliano attaccare gli Stati Uniti”, aveva detto il repubblicano Peter King – e molti sanno dove quel clamore è destinato ad arrivare: alla richiesta di intensificare i bombardamenti aerei, anche sulla Siria, e magari al dispiegamento di truppe di terra in Iraq.

Non è un mistero per nessuno, a Washington, che Obama avrebbe preferito dedicare l’ultima parte del suo secondo mandato alle questioni interne, immigrazione e lavoro anzitutto, cui lui pensa di affidare il testamento politico della sua presidenza. “Creiamo 200 mila posti di lavoro ogni mese”, ha detto orgoglioso il presidente a Milwaukee due giorni fa, “e nessuno lo dice agli americani”. L’urgenza delle tante crisi internazionali, da Gaza all’Ucraina alla Siria all’Iraq, ha però parzialmente cambiato le priorità. La violenza della reazione israeliana a Gaza; l’appoggio esplicito di Vladimir Putin ai ribelli dell’est dell’Ucraina; i nuovi fuochi di guerra in Iraq e l’allargarsi della crisi siriana hanno costretto Obama a rivedere l’agenda e gli hanno ancora una volta guadagnato critiche e accuse di “debolezza e inconsistenza”.

E’ stata soprattutto la questione dell’ISIS in Siria e in Iraq a diventare sempre più urgente. Ancora la settimana scorsa Obama, in una manifestazione di “sincerità politica” che ha lasciato perplessi i suoi stessi alleati, ha detto che “gli Stati Uniti non hanno ancora una strategia nei confronti dell’ISIS”. Il fatto è che il presidente e i suoi collaboratori hanno sperato sino all’ultimo che potesse reggere la politica sin qui seguita. E cioè raid aerei contro i militanti islamici in Iraq ma nessun intervento diretto in Siria, dove la situazione e la rete di gruppi e alleanze sono molto più complesse. Nello stesso tempo l’amministrazione ha perseguito una linea di coinvolgimento dei Paesi sunniti dell’area, nel tentativo di isolare l’ISIS e con la convinzione che la forza delle armi americane non possa bastare a fermare gli islamisti. “L’idea che gli Stati Uniti o qualsiasi potenza straniera possano sconfiggere per sempre l’ISIS non è realistica”, ha spiegato Obama.

La strategia ha avuto un discreto successo, con la liberazione di alcune aree rimaste per mesi nelle mani dell’ISIS da parte delle forze sciite e curde (ultima operazione, alcune ore fa, la fine dell’assedio alla città irachena di Amerli). Ora però, con l’assassinio di Sotloff, molto cambia. “L’ISIS è una delle maggiori minacce mai fronteggiate dagli Stati Uniti”, ha sostenuto il repubblicano Joe McCain, chiedendo un allargamento delle operazioni militari. La stessa richiesta è stata avanzata anche da alcuni democratici come Adam Smith e Dutch Ruppersberger, che hanno però chiesto la creazione di “una forza militare internazionale”. Intanto Bill Nelson, un altro democratico, ha spiegato di voler introdurre con altri senatori un “bill” che autorizzi Obama a ordinare raid aerei sulla Siria.

Fonti della Casa Bianca, nelle ultime ore, hanno spiegato che Obama preferirebbe ancora la strada della costruzione di una “rete di alleanze militari e politiche” per arginare la minaccia ISIS; anche perché, come gli suggeriscono al Pentagono, “nuovi raid aerei possono portare ad altri raid e poi a una pericolosa azione di terra”. Resta da vedere, a questo punto, se e come Obama riuscirà a resistere alle richieste di maggiore coinvolgimento militare; che si mescoleranno, c’è da giurarlo, con l’accusa di aver sottovalutato la minaccia dell’ISIS. Ancora sei mesi fa, in un’intervista al”New Yorker”, il presidente definiva l’ISIS un “jv team”, una squadra “non di prima grandezza”.