Lo Stato islamico (la nuova denominazione assunta il mese scorso dall’ex Stato islamico dell’Iraq e del Levante), protagonista di un’avanzata inarrestabile nel nord dell’Iraq, è nato di fatto in questo Paese, ma aveva ottenuto i suoi principali successi nella guerra civile siriana. Tra Siria e Iraq conta oggi su circa 30.000 uomini. I suoi miliziani sono presenti su un territorio esteso quanto il Belgio e che da est a ovest va dalla seconda città irachena di Mosul fino al capoluogo siriano di Raqqa, mentre da nord a sud va dall’asse Mossul-Raqqa fino all’asse Tikrit-Ramadi-Dayr az Zor, che congiunge Siria e Iraq. E’ questo il territorio del cosiddetto Califfato islamico, proclamato il 5 luglio scorso dal capo dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, durante un sermone tenuto nella principale moschea di Mosul, di cui sono state diffuse le immagini su alcuni siti jihadisti. Una chiara operazione di propaganda, volta a far vedere che ormai nel mondo jihadista questa è la vera forza vincente, capace di oscurare le gesta di Al Qaeda.

Tasse e petrolio, i terroristi di Isis sono i più ricchi
Quando si è ufficialmente separato da Al Qaeda, nessuno riteneva che l’Isis si sarebbe affermato in così poco tempo in Iraq. E invece la sua macchina da guerra procede a gonfie vele, e anzi si allarga anche grazie a risorse economiche in crescita. La conquista di Mosul ha consentito al gruppo di poter contare sulle importanti risorse energetiche dell’area e di aver accesso ai fondi della banca centrale, dalla quale avrebbe rubato fino a 425 milioni di dollari, ai quali si aggiungono i lingotti d’oro ‘sequestrati’ da altri istituti di credito della zona. Da Al Qaada l’Isis ha imparato che la finanza è importante: a differenza del gruppo di Bin Laden, l’Isis è rinomato per il suo spirito manageriale. L’Isis retribuisce bene i suoi combattenti, ai quali fornisce auto, cellulare, contanti e offre benefit alle loro famiglie nel caso di morte. La ricchezza dell’Isis si è iniziata a formare con la vendita del petrolio sul mercato nero e con la ‘tassa rivoluzionaria‘ imposta ai commercianti delle aree conquistate.  Un’altra forma di finanziamento è la vendita di petrolio e gas sul mercato nero, oltre ai riscatti per i rapimenti. 

La guerra in Siria e le origini dello Stato Islamico
La forza dell’Isis viene da lontano, ma la configurazione attuale del gruppo risale a circa un anno fa. Lo Stato islamico si pone in chiara contrapposizione sia con i ribelli anti-regime siriano, sia con i vertici storici di Al Qaeda. Il nucleo dell’Isis nasce in Iraq proprio come ala qaedista ai tempi della leadership di Abu Musab al Zarqawi, ucciso nel 2006. E si rafforza a partire dal 2010 sotto la direzione dell’attuale capo, Abu Bakr al Baghdadi. Il cambio di passo avviene nel contesto della guerra in Siria e la rottura avviene nella primavera del 2013 quando i miliziani dell’Isis tentano di assumere la direzione del movimento jihadista siriano nato nel 2012 per contrastare le forze del presidente Bashar al Assad. Nascono inevitabili contrasti con i qaedisti siriani, radunati attorno alla Jabhat an Nusra (Fronte della Salvezza). E persino con Ayman Zawahiri, leader di Al Qaeda, che intima più volte all’Isis di tornare a operare entro i confini iracheni. Baghdadi non si ritira  e i suoi uomini risalgono invece il corso dell’Eufrate, arrivando fino alle sponde dell’Oronte, nel nord-ovest siriano. Nel gennaio scorso, lanciano l’offensiva sul fronte orientale, nella regione irachena di al Anbar, controllando Falluja e parte di Ramadi. In Siria subiscono il parziale ritorno dei ribelli locali, che accusano l’Isis di servire di fatto gli interessi del regime degli Assad. Tra Damasco e l’Isis la guerra di fatto non e’ ancora scoppiata, e i jihadisti sciiti filo-iraniani giunti dall’Iraq e dal Libano per combattere “i terroristi sunniti”, non si sono scontrati mai con l’Isis.

L’organizzazione militare
Tra Siria e Iraq lo Stato islamico conta oggi su circa 30.000 uomini, inquadrati in battaglioni da circa 2/3.000 uomini ciascuno. Gia’ forte di armi leggere, lanciagranate e mezzi blindati, nella fulminante offensiva del 10-14 giugno, l’Isis si sarebbe impadronito di pezzi di artiglieria da 122 e 130 mm, mortai, oltre 200 veicoli di vari tipi (tra cui Humvee) e alcuni elicotteri. Sul tipo di armi, scrive Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa, i qaedisti di Baghdadi si servono di “equipaggiamenti pesanti – catturati nelle caserme siriane o in quelle dell’esercito iracheno o agli altri gruppi ribelli siriani con cui Isis e’ in guerra – come carri armati, lanciarazzi multipli, sistemi anticarro”. Ci si domanda come abbiano potuto poche decine di migliaia di miliziani avere la meglio di un esercito come quello iracheno, composto di 270.000 uomini, addestrato per anni dagli Stati Uniti e che può contare sulla copertura dell’aviazione. La spiegazione non sta solo nella motivazione più forte che spinge i jihadisti rispetto ai soldati governativi, ma anche sul sostegno che  i miliziani dello Stato islamico hanno potuto contare tra gli armati delle formazioni tribali e tra la popolazione sunnita, scontenta per le politiche governative giudicate settarie e discriminatorie.

Il nemico sul territorio, l’esercito iracheno
Le forze armate irachene sono composte da un esercito formato da ben 14 divisioni (56 brigate), 158 battaglioni ordinati in divisioni, una dozzina di battaglioni di formazione, tre brigate di truppe speciali, per un totale di circa 270.000 uomini. Tutti gli ufficiali sono formati secondo il modello Sandhurst. A questo si aggiungono decine di migliaia di potenziali miliziani ausiliari arruolati prevalentemente nelle zone a maggioranza sciita e solidali col governo filo-iraniano di Maliki. Le brigate di fanteria sono equipaggiate con armi leggere, lancia granate, veicoli blindati. Le brigate meccanizzate possiedono circa 300 carri armati americani M1 Abrams, altri carri sovietici T-54/55 e veicoli BMP-1. Il governo di Baghdad conta anche sull’aviazione, forte di due squadroni di velivoli di ricognizione, tre squadroni di elicotteri per il trasporto truppe ed elicotteri da combattimento, per un totale di circa 3.000 uomini.