È l’8 agosto quando i tre revisori dei conti – Pasqualino Saragò, Guido Boccalone e Cosimo Forgione – s’incontrano, alle 10.45 del mattino, e dev’esser quasi sembrata una riunione carbonara. Parlano e annotano. Annotano e scrivono. I tre revisori spulciano tra le spese – ben 3,8 milioni di euro – che hanno osato bocciare. Di scartoffia in scartoffia, rinchiusi nel Dipartimento del Bilancio, raccolgono tutto e poi rileggono la legge che li riguarda, quella emanata il giorno prima, votata dal Consiglio regionale il 7 agosto: li hanno appena defenestrati dal loro ufficio. I tre revisori, da 24 ore, non contano più nulla. E allora scrivono anche alla Guardia di finanza, e alla Corte dei Conti, segnalando “sommessamente” che quel Consiglio regionale – ancora in piedi, dopo ben quattro mesi dalle dimissioni dell’ex governatore, Giuseppe Scopelliti – può trattare “esclusivamente argomenti di somma urgenza”. E già. Ma i tre non avevano forse costretto la Regione a rinunciare a ben 3,8 milioni di “salari integrativi”, o “premi di produzione” che dir si voglia? E quindi: non era forse urgente metterli alla porta? Non era persino più urgente che riformare quella legge elettorale – votata il 3 giugno – che la Suprema Corte ha definito incostituzionale? Il segretario generale del Consiglio regionale, Pietro Calabrò, è l’uomo chiave di tutta la vicenda: è lui, infatti, che firma il parere determinante, quello che consente di disarcionare i tre revisori. E i 3,8 milioni da distribuire tra gli impiegati della Regione – spiega – in questa storia non c’entrano nulla.

“La legge sbagliata? Era un’altra” – “Era sbagliata la legge che li aveva nominati – dice – e noi dovevamo cambiarla: i tre revisori sono decaduti solo dopo un’ordinanza del Tar”. La legge sui revisori dei conti, però, non l’aveva mica scritta un altro Consiglio regionale: era il 10 gennaio 2013 – appena 18 mesi fa – quando il Consiglio regionale stabiliva: i tre revisori dei conti sono eletti, dai consiglieri, tra 9 nominativi estratti a sorte da un apposito elenco. Nel resto d’Italia non c’è nessuna elezione: si sorteggia punto e basta. E infatti un revisore, non eletto, ha impugnato il provvedimento e il Tar è intervenuto. E così, una settimana fa, il Consiglio regionale ha modificato la norma: ora si sorteggia. E i tre revisori vanno a casa. Per una diabolica coincidenza, però, la modifica arriva appena 12 giorni dopo la stroncatura, firmata dai tre revisori, delle determine di spesa – firmate proprio da Calabrò – che stanziavano i 3,8 milioni da distribuire ai dirigenti per l’anno 2013. E i tre revisori, rinchiusi nel Dipartimento del Bilancio, continuano a scrivere alla Finanza e alla Corte dei Conti.

Diversamente urgenti e Superporcellum – Sempre “sommessamente” sottolineano che il Consiglio regionale, così solerte nel modificare la norma che li riguarda, “non ha ritenuto urgente” modificare “la legge elettorale, già impugnata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri”. E qui, per capire il fenomeno, bisogna risalire alla fine di marzo, quando Scopelliti viene condannato a sei anni di carcere, in primo grado, per un abuso d’ufficio commesso quand’era sindaco di Reggio Calabria. La legge Severino è chiara: deve dimettersi e, di conseguenza, si dovrebbe tornare a votare. Già, ma perché affrettarsi? Per formalizzare le dimissioni, Scopelliti, c’impiega circa un mese e soltanto il 3 giugno il Consiglio prende ufficialmente atto della situazione. E nello stesso giorno il Consiglio decide d’approvare una nuova legge elettorale. Il consigliere dell’Idv Giuseppe Giordano, in aula, parla di “golpe” e profetizza: “Questa legge è incostituzionale”. E il sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza (Sel), che intende partecipare alle primarie del centrosinistra, per poi candidarsi alla Regione, commenta: “Qui in Calabria stiamo assistendo a un furto di democrazia. Esiste una sorta di partito unico trasversale, formato da classi sociali economiche e politiche, che comanda da decenni, vuole comandare ancora oggi, quindi cerca di prepararsi per il dopo Scopelliti”. “Ci siamo ispirati all’Italicum”, spiega invece al Fatto Quotidiano il presidente del Consiglio, Francesco Talarico, difendendo la bontà della legge elettorale. In realtà, l’Italicum targato Renzi e Berlusconi, con la soglia al 12 per cento per le coalizioni, è roba obsoleta: qui hanno alzato sbarramento al 15 per cento e portato al 60 per cento, anziché a un massimo del 55, il premio di maggioranza. Una soglia anti M5S e, nello stesso tempo, un dissuasore per i dissidenti interni al centrodestra e al centrosinistra, che il 3 giugno esce dall’aula, contando solo 4 voti contrari del Pd. Poi c’è da mettere a posto lo Statuto: la Calabria non può più permettersi 50 consiglieri, ma al massimo 30, però qui ne hanno previsti altri sei, definiti “supplenti”, per sostituire i consiglieri nominati assessori. E la Corte ha rispedito tutto al mittente.

Si voterà entro novembre – Lo spirito dell’azzeccagarbugli che abita lo Stretto, però, non è poi così stolto. Il presidente facente funzioni, Antonella Stasi, spiega al Fatto Quotidiano che finalmente, dopo ben 4 mesi, sta avviando la procedura per elezioni: “Emanerò il decreto a giorni – dice – per restare all’interno dei parametri previsti dalla legge, che dispongono al massimo 90 giorni, per fissare la data delle elezioni”. Il 90esimo giorno scade il 2 settembre. “Si voterà entro il 16 novembre”, assicura Stasi. Non sarete troppo attaccati alla poltrona? “Volevate forse farci votare in estate?”, replica Talarico. Insomma, i calabresi dovranno aspettare novembre, per eleggere il nuovo governatore e il nuovo Consiglio, ma con quale legge? “Se il Consiglio non modifica con urgenza le norma bocciata dalla presidenza del Consiglio e dalla Corte Costituzionale – spiega Stasi – si voterà con lo sbarramento del 15 per cento e useremo lo statuto dei 30 consiglieri, più i supplenti”. Già, ma di urgente, qui, c’era invece da cambiare la legge sui revisori dei conti. “Non ero in aula – conclude Stasi – ma, per come me l’hanno raccontata, sì, era urgente”. Sarà. Intanto i tre revisori hanno spedito alla Finanza e alla Corte dei Conti una relazione infiammata: con quei 3,8 milioni da distribuire ai dirigenti, secondo loro, “si continuerebbe a perpetrare il danno erariale all’Ente ipotizzato dagli ispettori del ministero dell’Economia e delle Finanze”. Se non bastasse, denunciano che “il fondo è stato già erogato” per circa 2 milioni.